Di Raffaele Romano, storico, fonte PensaLibero.it
Nell’uomo è ancestrale la ricerca di “certezze assolute” fin dalla sua comparsa sulla Terra. La ricerca è dovuta ad un meccanismo di difesa psicologica, si potrebbe dire, in quanto intorno e dentro di lui di totalmente ed assolutamente certo non vi è nulla.
Eppure, anche in questa era di incredibili cambiamenti, moltissimi se non quasi tutti aderiscono in toto a idee o a personaggi attribuendo ad essi quello che nemmeno i diretti interessati volevano. Eppure, le risposte l’uomo se le è date da tempo.
Ha iniziato, come sempre, la filosofia con il “relativismo” circa 2.500 anni fa di Protagora di Abdera per il quale il relativismo nega l’esistenza di verità assolute mettendo criticamente in discussione la possibilità di giungere a una loro definizione assoluta certa e definitiva. Poi è arrivato Einstein scrivendo che” Dio non gioca a dadi con l’universo. Questo concetto, da lui scritto sintetizza molto bene la natura solo probabilistica della meccanica quantistica, una teoria che mette in dubbio la natura deterministica su cui si basa la fisica classica. Per quei pochi che non lo sapessero la natura deterministica è una visione della realtà in cui tutto accade per una causa precisa, escludendo il caso e l’imprevedibilità. In questo sistema, le leggi della fisica e le condizioni di partenza decidono in modo sicuro ogni evento futuro ma, come hanno sintetizzato Protagora ed Einstein non è così.
Calandoci nella Storia avverto sempre con quattro semplici concetti gli astanti alle mie presentazioni che:
1°) “la Storia si scrive solo sulle base di atti documentali”;
2°) “chi si approccia alla Storia deve mettere in conto che potrà avere forti shock su cose, personaggi e/o fatti che riteneva si fossero svolti diversamente”;
3°) “gli italiani non hanno mai fatto i conti con la propria Storia”
4°) “se non si conosce il passato non si comprende il presente e non si può pensare di costruire il futuro”.
Di esempi se ne potrebbero fare a decine di milioni, ma ne prendo uno di altissimo livello non per attaccarlo o denigrarlo ma, semplicemente, che santificare è facile ma se si approfondisce si scopre che lo stesso estensore del principio della nonviolenza, Mahatma Gandhi, aveva dovuto derogare al suo principio fondante.
Il saggista Sankar Ghose nel Mahatma Gandhi, Allied Publishers, 1991, a pag. 124-126 scrive:
“Per Gandhi l’Impero ottomano doveva sopravvivere come strumento di ostacolo all’egemonia britannica. Insieme con il movimento pro-Califfato, promuove una campagna di non cooperazione con gli inglesi” che portò guerra e distruzione su entrambi i fronti.
Nel 1931, uscito dal carcere, Gandhi fu invitato a una tavola rotonda a Londra, come rappresentante del Partito del Congresso Indiano, per discutere su una nuova Costituzione indiana soggiornando per tre mesi in Europa. Durante il suo periodo europeo, Gandhi visitò anche l’Italia, si recò a Milano l’11 dicembre del 1931 per poi essere a Roma dove rimase il 12 e 13 dicembre. Qui si incontrò con Benito Mussolini, di lui Gandhi scriverà come ci ricorda Gianni Sofri, in Gandhi in Italia, edito da Il Mulino 1988 pag. 90:
“Mussolini è un enigma per me. Molte delle riforme che ha fatto mi attirano. Sembra aver fatto molto per i contadini. In verità, il guanto di ferro c’è. Ma poiché la forza (la violenza) è la base della società occidentale, le riforme di Mussolini sono degne di uno studio imparziale. La sua attenzione per i poveri, la sua opposizione alla superurbanizzazione, il suo sforzo per attuare una coordinazione tra il capitale e il lavoro, mi sembrano richiedere un’attenzione speciale… Il mio dubbio fondamentale riguarda il fatto che queste riforme sono attuate mediante la costrizione. Ma accade anche nelle istituzioni democratiche. Ciò che mi colpisce è che, dietro l’implacabilità di Mussolini, c’è il disegno di servire il proprio popolo. Anche dietro i suoi discorsi enfatici c’è un nocciolo di sincerità e di amore appassionato per il suo popolo. Mi sembra anche che la massa degli italiani ami il governo di ferro di Mussolini”.
In conclusione, alla fine del 1945 il suo movimento, Quit India, riuscì a ottenere dei risultati: infatti una volta conclusasi la guerra, il nuovo Primo Ministro britannico, il socialista Clement Attlee, annunciò che il potere verrà trasferito in mano agli indiani. Così Gandhi dichiarò la fine della lotta e circa 100.000 prigionieri politici furono liberati. Poco tempo dopo il viceré Wavell incaricò Jawarhallal Nerhu, quale erede politico e spirituale di Gandhi, di formare un governo interinale che preparasse la transizione verso l’indipendenza dell’India. Tuttavia, la guerra sino-indiana del 1962, che vide la Cina invadere il nord-est dell’India per ragioni territoriali, palesò la debolezza militare indiana, esacerbando le critiche nei confronti di Nehru che dovette accettare aiuti militari statunitensi. Successivamente si riarmarono e si arrivò così alla guerra indo-pakistana del 1947…