630 mila giovani hanno lasciato l’Italia tra il 2011 e il 2024. Il valore del capitale umano perduto raggiunge 159,5 miliardi di euro. Il 42,1% degli emigrati più recenti è laureato. E mentre formiamo giovani qualificati, Germania, Francia, Svizzera e altri Paesi raccolgono una parte del rendimento economico di quell’investimento. Il problema non è impedire ai ragazzi di partire: è costruire un’Italia nella quale valga la pena tornare.
L’Italia sta esportando una delle risorse più preziose e difficili da ricostruire: il capitale umano.
Non petrolio, gas o materie prime. Giovani.
Persone che abbiamo cresciuto, istruito e formato e che, raggiunta l’età nella quale potrebbero restituire al Paese competenze, produttività, innovazione, consumi e gettito fiscale, scelgono di produrre ricchezza altrove.
I numeri trasformano quella che troppo spesso viene raccontata come “fuga dei cervelli” in una vera questione di politica economica nazionale.
Secondo il Rapporto CNEL sull’attrattività dell’Italia, tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630 mila giovani italiani tra 18 e 34 anni.
Al netto dei flussi in entrata, il saldo è negativo per 441 mila giovani.
Nel solo 2024 sono partiti 78 mila ragazzi e ragazze e il saldo è stato negativo per 61 mila.
Ancora più significativo è il livello di istruzione: nel triennio 2022-2024 il 42,1% dei giovani emigrati era laureato.
Il dato economicamente più impressionante riguarda il valore del capitale umano.
Il CNEL lo quantifica in 159,5 miliardi di euro tra il 2011 e il 2024.
Significa una media superiore agli 11 miliardi di euro per ogni anno del periodo considerato.
Attenzione, però: questi 159,5 miliardi non rappresentano 159,5 miliardi di PIL materialmente scomparso.
La metodologia considera il valore dell’investimento sostenuto dalle famiglie e, per l’istruzione, dal settore pubblico per crescere ed educare i giovani che successivamente hanno lasciato il Paese.
È quindi il valore di un patrimonio umano che l’Italia ha contribuito a costruire e del quale altre economie finiscono per beneficiare.
Ed è proprio questo il punto.
Dietro ogni giovane laureato esiste un investimento lungo venti o venticinque anni.
Ci sono la famiglia, la scuola, l’università, il sistema sanitario, le infrastrutture pubbliche e l’intera comunità.
Quando un ingegnere, un medico, un ricercatore o un informatico formato in Italia si trasferisce stabilmente in Germania, Francia, Svizzera, Regno Unito o Stati Uniti, l’Italia non perde soltanto una persona.
Perde potenziale produttivo.
Perde consumi.
Perde contributi previdenziali.
Perde gettito fiscale.
Perde capacità di innovazione.
Perde possibili nuove imprese.
E perde, soprattutto, una parte della generazione chiamata a sostenere un Paese che sta rapidamente invecchiando.
Non possiamo chiedere ai giovani di restare facendo appello esclusivamente all’amore per il proprio Paese.
Le persone confrontano opportunità reali.
Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha ricordato nel gennaio 2026 un dato estremamente significativo: un giovane laureato in Germania guadagna mediamente circa l’80% in più rispetto a un coetaneo italiano; in Francia il vantaggio è nell’ordine del 30%.
Negli ultimi anni circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero, con percentuali particolarmente rilevanti tra ingegneri e informatici.
Proprio le professionalità che le nostre imprese dichiarano contemporaneamente di avere difficoltà a trovare.
Qui emerge una delle grandi contraddizioni italiane.
Le aziende cercano competenze.
Le università le formano.
I giovani le possiedono.
Ma una parte consistente di quelle competenze finisce nei sistemi produttivi concorrenti.
L’emigrazione qualificata non sarebbe necessariamente un problema se esistesse una vera circolazione dei talenti.
Un italiano parte per Berlino, un tedesco arriva a Milano; un ricercatore italiano lavora a Parigi mentre un ricercatore francese sceglie Bologna.
Ma non è quello che sta accadendo.
Il CNEL rileva che nei quattordici anni considerati 486 mila giovani italiani sono emigrati verso dieci importanti economie avanzate, mentre dall’insieme degli stessi Paesi sono arrivati in Italia appena 55 mila giovani.
Il rapporto è impressionante:
Banca d’Italia evidenzia inoltre che la quota di popolazione nata all’estero e laureata è inferiore al 20% in Italia, mentre raggiunge livelli nettamente superiori nelle altre grandi economie occidentali.
Non stiamo quindi semplicemente partecipando alla mobilità internazionale del lavoro.
Stiamo perdendo capitale umano senza riuscire ad attrarne abbastanza dall’estero.
Un secondo studio, pubblicato da Eurispes nell’aprile 2026, permette di osservare il fenomeno attraverso un’altra prospettiva.
Analizzando i cittadini italiani tra 20 e 39 anni nel periodo 2019-2023, Eurispes rileva 294.606 partenze e 120.884 rientri: il saldo netto è negativo per 173.722 persone.
Circa 34.700 giovani-adulti netti perduti ogni anno.
Traducendo questa dinamica in produzione potenziale, la ricerca stima circa 111 mila occupati mancanti nel quinquennio e una perdita diretta di PIL di 8,28 miliardi di euro, pari mediamente a 1,66 miliardi l’anno.
A questa si accompagna un mancato gettito fiscale e contributivo stimato in 945 milioni nel quinquennio.
E sono valutazioni prudenti.
Non comprendono pienamente gli effetti indiretti derivanti da minore innovazione, imprese che non nasceranno, reti professionali perdute, minori consumi e minore attrazione di investimenti.
Per il Sud il fenomeno è ancora più drammatico.
Il giovane meridionale spesso compie due migrazioni possibili: prima dal Sud verso il Centro-Nord e successivamente dall’Italia verso l’estero.
I dati CNEL stimano che, tra il 2011 e il 2024, il trasferimento netto di giovani dal Mezzogiorno al Centro-Nord sia stato di 484 mila persone.
Il capitale umano associato a questo trasferimento viene valutato in 147 miliardi di euro, dei quali 79 miliardi relativi ai laureati.
La Sicilia è tra le regioni che pagano il prezzo maggiore.
Il CNEL stima in 16,7 miliardi il valore del capitale umano siciliano emigrato all’estero e in 44 miliardi quello trasferitosi dalla Sicilia verso altre regioni italiane.
I dati ISTAT più recenti confermano la profondità del fenomeno: tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso 150 mila giovani laureati italiani tra 25 e 34 anni, soprattutto verso il Centro-Nord.
Questa non è soltanto emigrazione.
È una gigantesca redistribuzione geografica di conoscenza, produttività e futuro.
Pensare di risolvere un fenomeno strutturale attraverso qualche agevolazione fiscale per il rientro sarebbe illusorio.
Le politiche fiscali possono aiutare, ma un giovane sceglie dove costruire la propria vita valutando contemporaneamente stipendio, carriera, qualità dei servizi, costo dell’abitazione, trasporti, possibilità di fare famiglia, efficienza della pubblica amministrazione e riconoscimento del merito.
Serve quindi una politica nazionale del capitale umano.
Significa aumentare il rendimento economico dell’istruzione, favorire salari qualificati più competitivi, investire nella ricerca, rafforzare il rapporto tra università e imprese, rendere più semplice creare una startup e costruire città capaci di attrarre giovani italiani e stranieri.
E significa affrontare il costo della casa nelle grandi aree universitarie e produttive.
Perché offrire 1.600 euro al mese a un giovane professionista in una città dove un affitto ne assorbe metà non rappresenta una politica di attrazione dei talenti.
Per Confedercontribuenti – Imprese Italia la questione deve entrare stabilmente nell’agenda economica nazionale.
«L’Italia investe miliardi per formare giovani che troppo spesso vengono messi nelle condizioni di produrre ricchezza all’estero. Non possiamo trasformarci nell’università gratuita delle economie concorrenti. La libertà di andare all’estero è una ricchezza europea e va difesa; il problema nasce quando partire diventa quasi l’unico modo per ottenere salari, carriera e riconoscimento professionale adeguati».
La risposta non può essere chiedere ai giovani di non partire.
Dobbiamo costruire un Paese dal quale sia più difficile voler andare via e nel quale sia conveniente tornare.
Per troppo tempo abbiamo trattato l’emigrazione giovanile come una vicenda privata: il ragazzo che va a Londra, la ricercatrice che sceglie Berlino, l’ingegnere assunto in Svizzera.
Moltiplichiamo quelle storie per centinaia di migliaia di persone e appare il vero problema.
È politica industriale.
È demografia.
È previdenza.
È produttività.
È innovazione.
È futuro delle imprese.
Un Paese con sempre meno giovani non può permettersi di perdere proprio quelli sui quali ha maggiormente investito.
I 159,5 miliardi di capitale umano emigrato devono allora essere letti come un enorme campanello d’allarme.
La questione non è costruire muri per trattenere i giovani.
È esattamente il contrario.
Bisogna costruire opportunità sufficientemente forti perché partire sia una scelta e tornare diventi un’opportunità.
Perché quando un talento italiano trova il proprio futuro all’estero abbiamo certamente un italiano di successo.
Ma quando centinaia di migliaia sono costretti a cercarlo altrove, abbiamo soprattutto un problema italiano.
Centro Studi Confedercontribuenti – Imprese Italia