Type to search

Flotilla: dignità calpestata! Sanchez ci mette la faccia, Meloni la firma

Share

Di Angioletta Massimino

La vicenda della Flotilla diretta verso Gaza è più complessa di quanto alcuni vorrebbero far credere. Gli attivisti che hanno sfidato le acque internazionali lo hanno fatto con una dose evidente di imprudenza, consapevoli di muoversi in un’area militarizzata e in un contesto geopolitico infiammabile.

Non è chiaro quali fossero gli scopi reali della missione: solidarietà? visibilità? pressione politica? O, peggio ancora, la volontà di creare deliberatamente scompiglio e inasprire rapporti internazionali già fragili? È legittimo chiederselo, perché nessuna iniziativa ‘umanitaria’ dovrebbe giocare con il fuoco sapendo che ogni gesto può diventare detonatore.

C’è un limite, però, che nessuna valutazione politica può superare: anche se la Flotilla avesse sbagliato tutto, la dignità umana non è negoziabile.

Le testimonianze parlano di pestaggi, umiliazioni, derisioni, trattamenti degradanti inflitti a persone che non avevano aggredito nessuno, che non avevano usato violenza, che si trovavano in acque internazionali. Non si possono trattare da prigionieri individui che non rappresentano una minaccia armata.

Non si può accettare che un ministro di uno Stato derida pubblicamente cittadini europei come fossero trofei da esibire. La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta: si ipotizzano reati gravissimi, dal sequestro di persona ai maltrattamenti.

Prima ancora della giustizia penale, però, c’è una giustizia morale che non può essere elusa.

Ed è qui che si apre la frattura politica tra Spagna e Italia. Pedro Sanchez ha reagito con la forza di una voce che non delega. È lui, il premier, a dire che “non si può tollerare che i nostri cittadini siano maltrattati”. È lui a chiedere sanzioni europee immediate contro Itamar Ben Gvir. È lui a trasformare l’umiliazione subita dai membri della Flotilla in una questione di dignità nazionale. La sua è una leadership che si espone, che assume il conflitto, che parla in prima persona, perché la dignità non si difende per procura.

In Italia, la scena è diversa. Giorgia Meloni non è rimasta in silenzio, ma ha scelto un’altra forma: una nota ufficiale congiunta con Antonio Tajani. Una comunicazione istituzionale, non politica; formale, non personale. Nella nota, Meloni definisce “inaccettabili” le immagini diffuse da Ben Gvir, parla di “trattamento lesivo della dignità della persona”, chiede “la liberazione immediata dei cittadini italiani coinvolti”, pretende “scuse ufficiali” e ordina la convocazione dell’ambasciatore israeliano.

Tutto corretto, tutto necessario, tutto scritto. Ma non detto. Non pronunciato dalla voce della premier. Non assunto come responsabilità diretta.

È una scelta che nei confronti dei membri della Flotilla può anche significare: “Non approviamo ciò che avete fatto, ora vedetevela voi”. Una distanza politica che può essere letta come disapprovazione dell’iniziativa.

Resta un fatto, però: anche quando i cittadini sbagliano, lo Stato non può permettere che vengano calpestati. La prudenza politica non può trasformarsi in indifferenza morale. La delega non può sostituire la responsabilità. La dignità non può essere difesa solo per iscritto.

La Flotilla, dunque, non è solo un episodio di violenza: è uno specchio. Riflette un’Europa che deve decidere se essere spettatrice o coscienza. Riflette governi che scelgono se mettere la faccia o nascondersi dietro la forma. Riflette la distanza tra chi considera la dignità dei cittadini un principio non negoziabile e chi la tratta come un fastidio diplomatico.

Sanchez ha scelto la voce. Meloni ha scelto la nota. E in quella nota, l’Italia rischia di perdere non solo la parola, ma anche la propria autorevolezza morale.

(Pubblicato da PensaLibero.it)