È arrivato il momento di superare definitivamente ogni equivoco su Sigfrido Ranucci e sul ruolo del giornalismo d’inchiesta nel servizio pubblico.
L’inchiesta giornalistica è essenziale per la democrazia quando cerca la verità, controlla il potere e documenta i fatti con rigore. Per essere credibile, però, deve restare libera da condizionamenti, interessi politici, mandanti e campagne costruite per colpire preventivamente persone considerate scomode.
Adesso occorre aprire anche un capitolo diverso: verificare se, attraverso la trasmissione, siano state messe in atto persecuzioni mediatiche, rappresentazioni parziali o operazioni di discredito contro cittadini, amministratori, imprenditori ed esponenti politici. Non servono processi sommari né nuove vendette: servono trasparenza, contraddittorio, documenti e responsabilità.
Chi è stato accusato deve poter conoscere le fonti delle contestazioni, rispondere compiutamente e ottenere rettifiche con la stessa evidenza riservata alle accuse quando i fatti risultano inesatti o incompleti. La libertà di stampa è un diritto irrinunciabile, ma non può trasformarsi in libertà di delegittimare senza conseguenze.
Difendere il giornalismo d’inchiesta significa pretendere che sia indipendente da tutti: dai governi, dai partiti, dalle procure, dai gruppi economici e da qualunque centro di potere. Solo così potrà tornare a essere uno strumento al servizio dei cittadini e non un’arma utilizzata nelle battaglie politiche o personali.
La Rai e gli organismi competenti facciano chiarezza, con una verifica seria e imparziale, sulle modalità con cui alcune inchieste sono state costruite e presentate. Non per imbavagliare il giornalismo, ma per restituirgli autorevolezza, equilibrio e credibilità.
La verità non deve avere mandanti, protettori o bersagli prestabiliti. Deve avere soltanto prove.