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Estonia: «Stop all’ingresso nell’area Schengen degli ex combattenti russi»

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Il ministro degli Esteri Margus Tsahkna rilancia il divieto europeo: «Potrebbero diventare un bacino di reclutamento per i servizi russi e per operazioni di sabotaggio». Il 21° pacchetto di sanzioni ha già creato la base politica e giuridica della misura, ma manca ancora l’attuazione.

L’Europa deve chiudere le porte dell’area Schengen ai combattenti ed ex combattenti russi che hanno partecipato alla guerra contro l’Ucraina. È la posizione ribadita dal ministro degli Esteri estone , che considera la questione ormai direttamente collegata alla sicurezza interna europea.

Secondo Tsahkna, persone con esperienza militare potrebbero rappresentare un rischio e diventare potenziali reclute per i servizi d’intelligence russi interessati a organizzare sabotaggi e altre operazioni ostili sul territorio europeo. La posizione è stata confermata il 1° settembre anche dal ministero degli Esteri estone dopo il caso dell’aeroporto di Lipsia.

Il divieto esiste sulla carta, ma non è ancora operativo

C’è una precisazione importante rispetto alle prime ricostruzioni.

Il 21° pacchetto di sanzioni UE, approvato il 23 luglio, non ha semplicemente rinviato la questione: ha creato formalmente la base politica e giuridica per un divieto generale di visto nei confronti dei combattenti ed ex combattenti delle forze armate russe e dei gruppi collegati che hanno partecipato alla guerra contro l’Ucraina.

Il divieto, però, non è ancora entrato in vigore: spetterà agli Stati membri decidere quando renderlo operativo dopo l’adozione delle necessarie misure di attuazione.

I dubbi di Italia e Francia

Durante il negoziato Italia e Francia avevano chiesto di restringere la proposta originaria, sollevando soprattutto problemi di applicazione pratica.

La versione discussa è stata quindi circoscritta maggiormente a chi abbia effettivamente partecipato ai combattimenti e ai visti di breve durata, prevedendo inoltre eccezioni per ragioni umanitarie, interesse nazionale e obblighi internazionali.

È una distinzione importante: non si tratta di vietare indiscriminatamente l’ingresso a tutti i cittadini russi, ma di individuare una specifica categoria collegata direttamente alla guerra.

Dopo Lipsia il dibattito cambia

La vicenda assume ancora maggiore rilevanza dopo le accuse tedesche alla Russia per il tentato attacco con droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia/Halle.

Proprio Tsahkna sostiene che quell’episodio dimostri quanto sia necessario impedire che persone con esperienza militare possano essere utilizzate per operazioni clandestine all’interno dell’Europa.

Anche l’Alta rappresentante UE ha collegato il caso Lipsia al confronto sui visti: se fosse confermato che uno dei sospettati è entrato nello spazio Schengen con un visto turistico italiano, ha affermato, questo potrebbe convincere i Paesi finora più prudenti sulla necessità di ulteriori restrizioni.

La questione che adesso riguarda anche l’Italia

La domanda per Roma diventa quindi politica prima ancora che diplomatica:

le cautele espresse dall’Italia sono ancora sostenibili di fronte alla crescita delle operazioni ibride attribuite alla Russia in Europa?

Garantire sicurezza non significa rinunciare allo Stato di diritto. Qualunque restrizione dovrà prevedere criteri verificabili, valutazioni individuali e garanzie per dissidenti, disertori e persone che necessitano di protezione internazionale.

Ma una cosa appare sempre più evidente: **la politica europea dei visti è ormai diventata anche uno strumento di sicurezza.**