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Ecocidio e guerre senza fine: l’inquinamento che uccide dopo le armi e il silenzio della politica internazionale

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Di Angioletta Massimino

Le guerre non finiscono quando tacciono le armi, finiscono quando smette di circolare l’ultima particella tossica che hanno liberato, quando l’acqua torna potabile, quando i suoli smettono di restituire metalli pesanti, quando i bambini nati vent’anni dopo non portano più addosso le conseguenze di un conflitto che non hanno mai visto. 

È questo il cuore dell’incontro organizzato dal Rotary Club Passport Mediterranee a Giarre l’8 giugno 2026, un appuntamento che affronta con lucidità e senza infingimenti il tema più rimosso della geopolitica contemporanea: la guerra come agente di contaminazione permanente, come moltiplicatore di malattie croniche, come detonatore di responsabilità etiche che nessuno Stato vuole assumersi. 

A introdurre i lavori sarà Sergio Malizia, Governatore del Distretto 2110 Sicilia e Malta, con la moderazione di Giuseppe Rossi, Presidente del Club Passport Mediterranee, mentre i relatori – Santo Gammino dell’INFN, Paola Renzi dell’ISPRA e l’oncologo Fabrizio Romano dell’ASP di Siracusa – porteranno tre prospettive diverse su un’unica verità: i conflitti moderni non devastano solo il presente, avvelenano il futuro.

Il quadro tracciato dalle Nazioni Unite è inequivocabile: residui bellici come uranio impoverito, esplosivi industriali, carburanti, PFAS, metalli pesanti e materiali radioattivi trasformano interi territori in zone contaminate per decenni. Le bombe non uccidono solo quando esplodono, uccidono quando si degradano nel terreno, quando rilasciano particelle inalabili, quando entrano nella catena alimentare, quando si accumulano nei tessuti umani. È un veleno lento, silenzioso, che non compare nei comunicati militari ma che riempie gli ospedali molto dopo che i riflettori internazionali si sono spenti. 

Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha documentato come i conflitti distruggano ecosistemi critici, aggravino la crisi climatica e compromettano la sicurezza alimentare. 

Gaza è solo l’esempio più recente: vegetazione cancellata, colture devastate, decine di milioni di tonnellate di detriti contaminati che rappresentano una bomba ecologica destinata a esplodere lentamente. Ma lo stesso schema si ripete ovunque: Ucraina, Siria, Iraq, Balcani. Ogni guerra produce un deserto ecologico che non è un effetto collaterale, ma una conseguenza strutturale.

Sul fronte sanitario, la letteratura scientifica è altrettanto chiara: l’esposizione a contaminanti bellici aumenta il rischio di tumori, malattie respiratorie, patologie cardiovascolari, disturbi riproduttivi ed effetti transgenerazionali. Fabrizio Romano lo dirà senza giri di parole: la guerra è un acceleratore di malattie croniche, e lo è soprattutto nei territori dove i sistemi sanitari sono già fragili, dove mancano screening, diagnosi precoci, terapie adeguate. Le malattie arrivano anni dopo, quando nessuno ha più interesse a misurare il danno e quando le popolazioni colpite non hanno più voce per chiedere conto.

Dentro questo scenario si inserisce il tema più scomodo e più urgente: il ‘ban’ delle armi con eredità tossica. E qui serve chiarezza, perché la confusione è spesso funzionale all’inazione. 

La parola ‘ban’ non significa “sarebbe opportuno vietarle”, significa un divieto formale, totale e permanente sancito da un trattato internazionale, come avviene per le armi chimiche o per le mine antiuomo. E qui sta il punto: per le armi che continuano a contaminare i territori dopo la guerra, questo ‘ban’ non esiste. 

Non esiste una convenzione ONU, non esiste un trattato, non esiste una lista ufficiale, non esiste un obbligo giuridico per gli Stati. Esiste la richiesta, esiste la denuncia scientifica, esiste la consapevolezza che uranio impoverito, esplosivi industriali, metalli pesanti e residui bellici generano malattie croniche e devastazioni ambientali per decenni, ma non esiste il divieto. 

È un vuoto politico enorme, un buco nero normativo che permette alle potenze militari di evitare responsabilità gigantesche. Perché riconoscere un ‘ban’ significherebbe ammettere che molte guerre recenti hanno lasciato dietro di sé un crimine ambientale permanente. E questo nessuno Stato è disposto a farlo. Per questo il tema dell’ecocidio avanza lentamente: tutti sanno che servirebbe, nessuno vuole essere il primo a firmarlo.

In questo quadro si inserisce anche il tema della tecnologia nucleare, che Santo Gammino analizzerà con la competenza dell’INFN. Il nucleare civile può essere un alleato degli obiettivi ONU – energia pulita, medicina, ricerca – ma in contesti di instabilità diventa un rischio sistemico. 

Le infrastrutture colpite in Ucraina e Medio Oriente dimostrano quanto sia fragile la linea che separa l’uso civile da quello militare e quanto sia urgente un sistema internazionale di protezione più robusto, capace di prevenire incidenti che avrebbero conseguenze incalcolabili.

Il nodo finale è politico e morale: la spesa militare globale cresce, mentre la spesa per la salute pubblica e la mitigazione climatica arretra. 

In Europa l’inquinamento ambientale causa oltre duecentomila morti premature l’anno, ma i governi continuano a investire più in armamenti che in prevenzione sanitaria. 

È un paradosso che il Rotary ha il coraggio di mettere sul tavolo: non si può parlare di Pace senza parlare di ambiente, non si può parlare di sicurezza senza parlare di salute, non si può parlare di responsabilità senza affrontare ciò che resta dopo la guerra.

Il titolo dell’incontro – “Il veleno etico, ambientale e sanitario senza confini dei conflitti armati” – non è una formula retorica, è una diagnosi. 

Le guerre moderne non sono solo scontri geopolitici: sono attacchi diretti alla salute del pianeta e delle generazioni future. E finché la comunità internazionale non riconoscerà l’ambiente come vittima di guerra, continueremo a contare morti che nessun comunicato ufficiale avrà mai il coraggio di elencare.