Type to search

Dall’usura medievale agli oligarchi

Share

Di Gilberto di Benedetto, Psicologo e Psicoterapeuta 

Il denaro, il peccato e il potere: da Carlo IV alla Russia post-sovietica

C’è un filo della storia europea che attraversa secoli, imperi, religioni e sistemi economici e che, proprio perché scomodo, viene spesso raccontato per frammenti. È il filo che unisce il denaro al potere. Per comprenderlo bisogna partire da una contraddizione fondamentale della società cristiana medievale: il credito era indispensabile alla vita economica, ma l’usura era considerata moralmente illecita. 

Nel Vangelo di Luca Cristo dice: «Prestate senza sperare nulla in cambio» (Lc 6,35). La tradizione cristiana interpretò questo insegnamento insieme alla Scrittura e alla riflessione dei teologi, arrivando a considerare l’usura non come una semplice tecnica finanziaria, ma come una violazione dell’ordine morale. 

Il III Concilio Lateranense del 1179 colpì gli usurai cristiani; il IV Concilio Lateranense del 1215 intervenne anche sulla disciplina dei prestiti praticati dagli ebrei. Il problema era quindi strutturale: una società che condannava moralmente l’interesse aveva comunque bisogno del credito. Il bisogno economico non scompare perché una religione lo considera peccaminoso; cerca altre strade. 

In alcune regioni dell’Europa medievale, le comunità ebraiche svolsero attività commerciali e creditizie anche perché le restrizioni imposte dalle corporazioni e dalle autorità cristiane rendevano loro più difficile accedere ad altri mestieri. Il prestito a interesse divenne così importante in determinati luoghi e periodi. Ma bisogna dirlo con assoluta chiarezza: non esiste alcuna base storica per trasformare questa circostanza nell’idea che gli ebrei fossero “un popolo di usurai”. La storia economica ebraica fu molto più ampia e diversificata e il credito fu esercitato anche da cristiani e da altri operatori. 

La differenza fondamentale era giuridico-religiosa: il divieto canonico dell’usura vincolava i cristiani in quanto membri della società ecclesiale; gli ebrei, non essendo cristiani, non erano sottoposti a quella stessa disciplina canonica. Parallelamente, la tradizione rabbinica elaborò proprie regole sul prestito a interesse e sulle operazioni con i non ebrei. In alcune interpretazioni medievali compare anche una motivazione fiscale: le comunità ebraiche vivevano sotto il dominio di sovrani cristiani e dovevano sostenere imposte e oneri particolari. 

Il credito, dunque, non era un’attività isolata dalla politica. Il denaro entrava direttamente nella struttura del potere. Il prestatore otteneva un rendimento; il debitore assumeva un obbligo; il sovrano proteggeva e tassava; la comunità sopportava una pressione fiscale spesso significativa. 

Nelle terre dell’Impero la condizione degli ebrei poteva essere descritta attraverso il concetto di servi camerae regis, “servi della camera del re”: una condizione che esprime bene il paradosso medievale di una minoranza contemporaneamente protetta, subordinata e fiscalmente utile al sovrano. La protezione non era necessariamente un gesto di benevolenza: aveva anche un valore economico. Il sovrano proteggeva una comunità dalla quale poteva ricavare entrate; la comunità, in cambio, dipendeva dalla protezione dell’autorità. 

Protezione e fiscalità diventavano così due facce dello stesso rapporto di potere. 

La Praga di Carlo IV offre un contesto straordinariamente significativo. Carlo IV, re di Boemia e imperatore del Sacro Romano Impero, trasformò Praga in uno dei grandi centri politici e culturali dell’Europa centrale. La comunità ebraica vi era già presente da secoli e visse, come altre comunità ebraiche europee, fasi diverse di sviluppo, restrizione e protezione. 

Ma ciò che interessa non è costruire un’immagine stereotipata dell’ebreo medievale: è comprendere il sistema nel quale egli viveva. Il prestatore non era semplicemente un uomo che prestava denaro; era inserito in un sistema nel quale religione, diritto, economia e sovranità si sovrapponevano continuamente. Ed è qui che emerge il grande paradosso della società cristiana medievale: la Chiesa condannava l’usura, l’economia aveva bisogno del credito e il potere politico aveva bisogno delle entrate generate dalle attività economiche. 

Il prestatore diventava quindi necessario e, nello stesso tempo, socialmente sospetto. 

Quando il debitore non riusciva a pagare, la tensione economica poteva trasformarsi in conflitto religioso. Il prestatore diventava il volto visibile del debito, mentre il sistema politico che ne regolava l’attività rimaneva sullo sfondo. È anche attraverso queste dinamiche che si svilupparono alcuni dei più duraturi stereotipi antiebraici della storia europea. Ed è proprio per questo che bisogna distinguere il fenomeno economico dal pregiudizio: una funzione economica non può mai essere trasformata in una caratteristica morale di un intero popolo. 

Neppure è corretto sostenere che gli ebrei medievali praticassero il credito a interesse per “pagare le indulgenze alla Chiesa”. Le indulgenze appartengono a una specifica disciplina teologica e non costituiscono la spiegazione generale dell’attività economica ebraica. È invece storicamente più solido osservare che la ricchezza prodotta dal credito poteva essere sottoposta a imposte, tributi e obblighi economici e quindi diventare, direttamente o indirettamente, una risorsa per il potere. 

La questione decisiva non è dunque chi fosse il prestatore, ma chi controllasse il circuito nel quale il denaro si trasformava in dipendenza e la dipendenza in potere. È questo il punto nel quale la storia medievale può dialogare con la modernità. 

Dopo sette secoli arriviamo alla Russia post-sovietica. Il collegamento non è etnico e non è religioso. È strutturale. Quando l’Unione Sovietica crollò, la Russia attraversò una trasformazione patrimoniale gigantesca. Fabbriche, banche, miniere, imprese petrolifere, industrie metallurgiche e mezzi di comunicazione passarono progressivamente dal controllo pubblico a quello privato. 

Il problema non fu semplicemente la nascita del capitalismo. Fu la rapidità della concentrazione patrimoniale e la trasformazione della ricchezza in influenza politica. Nacquero gli oligarchi. Alcuni dei più noti avevano origini ebraiche, tra cui Boris Berezovsky, Vladimir Gusinsky, Mikhail Khodorkovsky, Mikhail Fridman e Petr Aven; altri protagonisti dell’oligarchia, come Vladimir Potanin, avevano origini differenti. Il dato biografico può essere registrato, ma non spiega il fenomeno. 

L’oligarchia russa non nacque da un’identità religiosa: nacque dalla struttura della transizione economica e dalla debolezza dello Stato. 

Il vero salto qualitativo avvenne quando il capitale smise di essere soltanto ricchezza e divenne potere. Alcuni oligarchi controllavano banche, imprese, giornali e televisioni; finanziavano campagne politiche; costruivano reti di influenza; potevano condizionare il processo decisionale. La Russia degli anni Novanta non aveva semplicemente dei miliardari: aveva miliardari capaci di entrare direttamente nella politica dello Stato. È qui che il rapporto tra capitale e sovranità diventò decisivo. 

Putin intervenne precisamente su questo terreno. Non abolì il capitalismo e non eliminò i miliardari. Ridusse la loro autonomia politica rispetto al Cremlino. Berezovsky entrò in conflitto con il nuovo potere e lasciò la Russia; Gusinsky si trasferì all’estero; Khodorkovsky venne arrestato e il caso Yukos divenne il simbolo dello scontro fra Stato e oligarchia. Altri magnati conservarono immense fortune accettando però il nuovo equilibrio. 

Il messaggio era semplice: potete essere ricchi, ma non potete essere più forti dello Stato. La Russia di Putin non eliminò l’oligarchia; la subordinò. Non abolì il mercato; lo ricondusse sotto una maggiore centralità politica dello Stato. Non cancellò il grande capitale; ne ridusse l’autonomia rispetto al potere centrale. Questa trasformazione spiega anche perché la Russia degli anni Novanta e quella del nuovo secolo siano state percepite in modo così diverso in Occidente. 

Negli anni Novanta Mosca era impegnata nella privatizzazione, nell’apertura economica, nella ricerca di sostegno finanziario internazionale e nell’integrazione con l’ordine occidentale. Nel 1996 il Fondo Monetario Internazionale approvò un importante programma di finanziamento alla Russia mentre Eltsin affrontava una difficile campagna elettorale; il sostegno occidentale alla continuità delle riforme era allora considerato parte della strategia per consolidare la trasformazione post-sovietica. Ma proprio quelle riforme avevano prodotto una concentrazione enorme della ricchezza e avevano favorito la nascita di un’élite capace di esercitare una forte influenza sulla politica nazionale. 

La domanda storica, dunque, non è se l’Occidente fosse “buono” o “cattivo”. È molto più precisa: quale modello di Stato e quale rapporto tra capitale e politica venivano considerati desiderabili in quel momento? La risposta degli anni Novanta era una Russia aperta, privatizzata e integrata nell’economia globale. La risposta che emerse con Putin fu una Russia nella quale lo Stato pretendeva nuovamente di stabilire i confini del potere economico. Qui la storia medievale torna sorprendentemente attuale. 

Nel Medioevo il sovrano regolava il credito, proteggeva determinati soggetti e ne ricavava entrate. Nella Russia post-sovietica lo Stato aveva inizialmente perso una parte enorme della propria capacità di controllo, permettendo al capitale privato di acquisire influenza. Con Putin il movimento si invertì: lo Stato tornò a imporsi sul grande capitale. Non siamo davanti allo stesso fenomeno, naturalmente. 

Non esiste una continuità istituzionale tra Carlo IV e Putin. Esiste però una continuità di problema: chi controlla il rapporto tra ricchezza e sovranità? È questa la domanda che attraversa la storia. 

Il denaro può essere peccato quando diventa usura; può essere strumento economico quando finanzia un’attività; può diventare potere quando crea dipendenza; può trasformarsi in potere politico quando chi lo possiede acquista la capacità di condizionare le istituzioni. 

L’usura medievale e l’oligarchia moderna appartengono a mondi differenti, ma entrambe mostrano una verità elementare: il debito non è mai soltanto un numero. È una relazione fra esseri umani. E ogni relazione di dipendenza contiene una possibilità di potere. Da qui nasce la vera domanda dell’articolo. Non quale religione professasse il prestatore medievale. Non quale origine avesse l’oligarca russo. Non quale popolo possa essere trasformato, per ignoranza o pregiudizio, nel colpevole della storia. 

La domanda è un’altra: chi possiede il capitale, chi controlla il debito e chi possiede la forza politica necessaria per stabilire i limiti entro i quali entrambi possono agire? È questa la linea che collega, senza confonderli, il mondo medievale di Carlo IV, la Russia di Eltsin e quella di Putin. È la storia del rapporto fra bisogno e potere, fra ricchezza e autorità, fra individuo e Stato. 

Ed è forse proprio questa la lezione più attuale: quando il denaro diventa abbastanza potente da governare la politica, la sovranità dello Stato si indebolisce; quando lo Stato diventa abbastanza potente da subordinare completamente il denaro, il potere economico perde autonomia. Tra questi due estremi vive da sempre il problema politico dell’umanità.

Perché Gilberto Di Benedetto affronta questo tema?

Questo articolo nasce da una prospettiva interdisciplinare. Gilberto Di Benedetto affronta il rapporto tra usura, debito, comportamento umano, ricchezza e potere attraverso la lente della psicologia dei comportamenti individuali e collettivi e della psicologia del potere. 

La domanda centrale è semplice e profondamente umana: che cosa accade all’essere umano quando il debito smette di essere soltanto uno strumento economico e diventa una relazione di dipendenza? Da questa prospettiva, l’usura medievale non appartiene soltanto alla storia religiosa o economica: diventa anche uno straordinario laboratorio per comprendere i meccanismi attraverso i quali paura, bisogno, dipendenza, fiducia, autorità e disuguaglianza possono trasformare un rapporto economico in un rapporto di potere. 

La stessa chiave di lettura viene applicata alla Russia post-sovietica, non per costruire continuità etniche tra il mondo medievale e gli oligarchi russi, ma per osservare una continuità strutturale: debito, ricchezza, dipendenza, influenza e controllo. L’interesse di Di Benedetto non è attribuire caratteristiche economiche o morali a un popolo o a una religione, ma comprendere i comportamenti e i meccanismi di potere che si sviluppano quando il capitale entra profondamente nella vita degli individui e delle Istituzioni. 

È in questa prospettiva psicologica che il denaro smette di essere soltanto una cifra e diventa ciò che spesso è nella storia degli uomini: una relazione di forza.