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Condannati a tornare: Alemanno come Cuffaro, la politica italiana non chiude mai la porta!

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Di Angioletta Massimino

Gianni Alemanno esce da Rebibbia dopo un anno e mezzo di detenzione e invece di un passo indietro compie un balzo in avanti, anzi due: attacca lo Stato per le condizioni del carcere e annuncia una cena politica con Roberto Vannacci, il generale diventato totem del nuovo sovranismo identitario. 

È la fotografia perfetta di un Paese dove la condanna non è mai davvero una cesura, ma un fastidio amministrativo da superare per tornare immediatamente al centro della scena. 

Alemanno parla di sovraffollamento, caldo insopportabile, burocrazia penitenziaria che schiaccia i detenuti, e definisce Rebibbia «una vergogna per la Repubblica», parole che suonano come un manifesto politico più che come un resoconto personale. 

E infatti lo sono: annuncia che chiederà un incontro urgente al ministro Nordio per discutere la situazione delle carceri, trasformando la sua esperienza detentiva in un’arma retorica contro il governo Meloni, accusato di immobilismo e indifferenza.

Ma il vero segnale arriva quando dice «stasera vedrò Vannacci», non un dettaglio, ma un messaggio in codice per chiunque segua le dinamiche della destra italiana. Alemanno non vuole candidarsi, dice, ma vuole “portare la sua esperienza” dentro il movimento del generale. 

È la formula perfetta per aggirare la legge Severino: niente seggi, niente liste, ma influenza politica piena, strategia, visibilità, ruolo. 

La zona grigia che permette ai condannati per reati contro la Pubblica Amministrazione di rientrare nel gioco senza violare formalmente la legge. E Alemanno la percorre con naturalezza, come se fosse il sentiero più ovvio.

Il suo racconto è calibrato al millimetro: «sono innocente», «non dovevo stare qui», «il carcere è una vergogna», «lo Stato non funziona». 

È la narrazione del martire sovranista, l’uomo che torna dalla prigionia con la missione di cambiare tutto. E infatti attacca Meloni, si propone come ponte tra destra sociale e identitarismo, legittima Vannacci come “volto nuovo” e “speranza della politica italiana”. 

Tutto questo nel giorno stesso della scarcerazione, senza un minuto di pausa, senza un’ombra di riflessione pubblica sul reato per cui è stato condannato. È un rientro immediato, chirurgico, calcolato.

Ed è qui che il paragone con Totò Cuffaro diventa inevitabile e devastante. Perché Cuffaro, dopo la condanna definitiva del 2011, uscì da Rebibbia nel 2015 parlando di redenzione, di dolore, di un nuovo inizio, ma la redenzione durò meno di un ciclo elettorale: tornò subito a tessere trame, costruire liste, orientare candidature. 

E quando nel dicembre 2025 la DDA di Palermo lo arrestò di nuovo nell’inchiesta sulla sanità siciliana, non passò nemmeno un giorno in carcere. Il GIP gli concesse immediatamente gli arresti domiciliari, niente cella, niente braccialetto, solo un divieto di comunicazione. Il Riesame confermò la misura. 

Poi, nel 2026, la difesa chiese il patteggiamento a tre anni per ottenere l’affidamento ai servizi sociali. Una traiettoria morbida, quasi ovattata, che non lo ha mai davvero allontanato dalla politica. Perché mentre era ai domiciliari, il suo nome continuava a pesare, le sue reti continuavano a muoversi, e la sua influenza non si è mai spenta. 

È la stessa storia di sempre: la condanna come parentesi, la misura cautelare come fastidio, la pena come formalità amministrativa.

Alemanno oggi replica quel copione con una velocità ancora più brutale: esce dal carcere e nel giro di poche ore attacca lo Stato, convoca Nordio, si ricolloca nel nuovo sovranismo, annuncia la cena con Vannacci come se fosse un ministro ombra. Nessuna pausa, nessuna distanza, nessuna riflessione. 

È la stessa dinamica di sempre: la pena come interruzione tecnica, non come responsabilità politica. E il sistema glielo permette, perché la legge impedisce le candidature ma non l’influenza, non la strategia, non la costruzione di movimenti, non la presenza mediatica. È la stessa falla che ha riportato Cuffaro al centro della scena e che oggi spalanca la porta ad Alemanno.

La verità feroce è che in Italia la politica non espelle mai davvero i suoi condannati: li sospende, li congela, li mette in stand-by, e poi li riaccoglie come se fossero martiri di un’ingiustizia. 

E quando Alemanno, nel giorno stesso della scarcerazione, annuncia la cena con Vannacci, non sta solo tornando: sta dicendo che non se n’è mai andato. Sta dicendo che la condanna non è un marchio, ma un distintivo da esibire nel nuovo racconto vittimista del sovranismo. Sta dicendo che il copione di Cuffaro non è un’eccezione: è la regola. E che la politica italiana, ancora una volta, non ha alcuna intenzione di cambiarla.