di Redazione
Una riforma destinata a ridisegnare una parte importante dell’intervento pubblico nel cinema e nell’audiovisivo italiano. L’11 settembre la Camera ha approvato in prima lettura la legge delega sul settore con una maggioranza particolarmente ampia: 218 voti favorevoli e soltanto 6 contrari.
Il dato politico è significativo. In una stagione caratterizzata da forti contrapposizioni tra maggioranza e opposizioni, il provvedimento ha raccolto un consenso molto più ampio dei confini della coalizione di governo.
Adesso la riforma passa al Senato, dove proseguirà il proprio iter parlamentare.
Una delle innovazioni principali è l’istituzione della nuova Agenzia per il cinema e l’audiovisivo, la cui operatività è prevista dal 1° gennaio 2028.
La nuova struttura dovrebbe assumere funzioni rilevanti nella gestione degli strumenti di sostegno al settore, compresi fondi e tax credit.
Ma la sua missione sarà più ampia.
Dovrà contribuire alla promozione delle opere italiane sui mercati internazionali, raccogliere e analizzare i dati relativi all’industria cinematografica e audiovisiva e intervenire nell’ambito della formazione professionale.
Al Ministero della Cultura rimarranno invece l’indirizzo politico e la vigilanza.
La distinzione potrebbe rappresentare uno degli aspetti più interessanti della riforma: separare maggiormente la gestione tecnica delle risorse dalla funzione politica di programmazione e controllo.
Molto, naturalmente, dipenderà da come la delega verrà concretamente attuata.
Uno dei terreni più delicati riguarda inevitabilmente il credito d’imposta.
Negli ultimi anni il tax credit cinematografico è diventato contemporaneamente uno dei principali strumenti di sostegno all’industria e uno degli argomenti più discussi del sistema.
La questione non è se lo Stato debba sostenere cinema e audiovisivo.
Un’industria culturale nazionale forte produce occupazione, esportazioni, turismo, immagine internazionale e identità culturale.
Il problema è come spendere le risorse pubbliche e come misurarne i risultati.
Ogni euro utilizzato deve poter essere collegato, per quanto possibile, a produzioni effettivamente realizzate, occupazione, distribuzione, pubblico raggiunto e capacità di generare valore economico e culturale.
Durante l’esame parlamentare è stato inoltre soppresso l’articolo 5, che avrebbe modificato dal 2028 il meccanismo del credito d’imposta destinato alle sale cinematografiche.
Il tax credit, oggi previsto entro determinate percentuali, non verrà quindi trasformato secondo il meccanismo di contributo diretto esente originariamente ipotizzato dalla disposizione eliminata.
È un passaggio tecnico, ma particolarmente importante per gli operatori.
Perché le sale rappresentano uno dei segmenti più fragili dell’intera filiera.
La riforma riconosce infatti alle sale cinematografiche un valore che supera quello della semplice attività commerciale.
Una sala è anche un presidio culturale.
Questo vale soprattutto nelle periferie, nei piccoli comuni e nei territori nei quali progressivamente scompaiono librerie, teatri e altri luoghi di aggregazione.
La concorrenza delle piattaforme di streaming ha cambiato radicalmente le abitudini degli spettatori. Pensare di riportare semplicemente il mercato indietro di vent’anni sarebbe irrealistico.
Occorre invece reinventare la funzione della sala.
Cinema, festival, incontri con autori, scuole, eventi, teatro trasmesso, documentari e iniziative culturali possono convivere trasformando questi spazi in veri centri della comunità.
Un’altra parte importante della delega riguarda indennità di discontinuità e ammortizzatori sociali.
Il lavoro cinematografico e audiovisivo possiede caratteristiche particolari.
Attori, tecnici, maestranze, scenografi, montatori, costumisti e numerose altre professionalità lavorano spesso attraverso produzioni temporanee e periodi di attività alternati a periodi senza occupazione.
Applicare meccanicamente a questo mondo gli strumenti costruiti per il lavoro continuativo rischia di lasciare scoperti migliaia di professionisti.
La revisione delle tutele dovrà quindi trovare un equilibrio delicato: proteggere realmente chi vive del proprio lavoro nello spettacolo senza creare meccanismi assistenziali scollegati dall’attività professionale.
ha salutato l’approvazione definendo la riforma un «modello di coesione che pone al centro l’interesse del settore».
L’ampiezza del voto alla Camera offre effettivamente al provvedimento una base politica importante.
Ma la vera verifica arriverà con i decreti legislativi.
Una legge delega, infatti, stabilisce principi e criteri. Sarà la successiva normativa attuativa a determinare concretamente procedure, controlli, funzionamento dell’Agenzia e meccanismi di finanziamento.
C’è infine una questione che troppo spesso viene dimenticata.
Cinema e audiovisivo non sono soltanto cultura.
Sono industria.
Significano produzioni, studi, tecnologie, scenografie, sartorie, trasporti, alberghi, ristorazione, servizi digitali e migliaia di professionisti.
Una grande produzione internazionale realizzata in Italia genera ricadute economiche che possono estendersi ben oltre il set.
E una serie televisiva o un film italiano distribuiti nel mondo possono diventare strumenti potentissimi di promozione del territorio e del Made in Italy.
Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Corea del Sud hanno dimostrato quanto una politica audiovisiva possa trasformarsi in politica economica e persino in soft power internazionale.
La riforma sarà quindi realmente efficace se riuscirà a superare una contrapposizione sterile: da una parte chi considera qualsiasi finanziamento pubblico uno spreco, dall’altra chi ritiene che sostenere la cultura significhi distribuire risorse indipendentemente dai risultati.
Esiste una terza strada.
Sostenere molto, controllare molto e valutare i risultati.
L’Italia possiede storia cinematografica, talenti, paesaggi, professionalità e capacità creative riconosciute nel mondo.
Ha tutto ciò che serve per diventare ancora più competitiva nell’audiovisivo internazionale.
La nuova Agenzia può essere uno strumento importante, purché significhi competenza, trasparenza e semplificazione, e non semplicemente un nuovo livello burocratico.
Il voto della Camera rappresenta quindi soltanto l’inizio.
La vera riforma comincerà quando si dovrà stabilire concretamente chi riceverà le risorse, secondo quali criteri e con quali controlli.
Perché difendere il cinema italiano significa certamente difendere la cultura.
Ma significa anche creare lavoro, sostenere le imprese, valorizzare i territori e portare l’Italia nel mondo.