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Cernobbio, lo scontro in cui Monti ha smascherato Vannacci e ne ha disintegrato la retorica sovranista

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Di Angioletta Massimino

Nel teatro ovattato di Cernobbio, dove il potere si autoassolve tra previsioni e rituali, il confronto tra Mario Monti e Roberto Vannacci ha fatto saltare la scenografia. Non è stato un dialogo: è stata una demolizione. Monti ha strappato il generale dal terreno comodo della propaganda e lo ha costretto a misurarsi con ciò che non può essere deformato: la Costituzione, i trattati, la realtà. E mentre Vannacci provava a rilanciare la sua narrazione identitaria, il professore ha mostrato quanto sia inconsistente quando viene sottoposta a verifica.

Il progetto politico del generale, ribattezzato con toni epici Futuro Nazionale, non è un programma, è un dispositivo che trasforma l’appartenenza in filtro, la cittadinanza in barriera, la comunità in recinto.

A Cernobbio Vannacci ha aggiunto nuovi tasselli alla sua visione: un’Europa “Reborn”, da rifare perché considerata incoerente, indebolita, incapace di integrarsi; un continente accusato di aver perso peso economico, di aver favorito una “desertificazione industriale”, di essere contraddittorio nella gestione del conflitto russo-ucraino.

Ha attaccato la libera circolazione, le politiche sull’identità di genere, la strategia energetica, definendo l’UE “schizofrenica”.

Ha evocato scenari apocalittici, come il rischio che “le mie figlie siano comandate da Macron o von der Leyen”, opponendosi all’idea di un esercito europeo e invocando l’unanimità come unico metodo decisionale. È una retorica che non propone soluzioni: propone allarmi.

Monti ha risposto con la freddezza di chi conosce ogni ingranaggio istituzionale. Ha ricordato che un impianto politico fondato su criteri identitari violerebbe la Costituzione, la Carta dei Diritti dell’UE e i trattati che vincolano l’Italia. Ha aggiunto che l’applicazione concreta delle proposte di Futuro Nazionale porterebbe il Paese fuori dall’Unione e dall’euro. Non si è limitato a contestare: ha definito la narrativa del generale una ricostruzione dello spirito del fascismo, impegnandosi a contrastarla “fino all’ultima energia”.

Ha richiamato Camus per distinguere patriottismo e nazionalismo, ricordando che amare il proprio Paese significa rifiutare la superiorità identitaria. Ha evocato Mitterrand per ribadire che il nazionalismo non è un progetto politico: è un preludio ai conflitti.

Il risultato è stato evidente: quando la competenza incontra la propaganda, la propaganda implode. Da una parte un impianto ideologico che trasforma l’identità in arma politica; dall’altra un uomo che ricorda che la democrazia vive di diritti, non di recinti.

Le nuove dichiarazioni di Vannacci non hanno rafforzato il suo progetto: lo hanno reso più chiaro. Non difende la libertà: la condiziona. Non rafforza la comunità: la separa. Non immagina futuro: ripropone un passato immaginario.

E Monti, con la lucidità di chi ha visto le derive identitarie da vicino, ha mostrato che non si tratta di un’opinione ma di una violazione.