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Cardiochirurgia pediatrica, il gioco sporco della Regione: Taormina sacrificata per il potere di Catania

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Di Angioletta Massimino

La verità sulla Cardiochirurgia pediatrica di Taormina è che non siamo davanti a una riorganizzazione sanitaria, ma a una manovra di potere che la Regione Siciliana sta cercando di far passare come un atto tecnico imposto da Roma.

In realtà, i ministeri della Salute e dell’Economia non hanno mai chiesto di smantellare il modello Taormina-Bambin Gesù, né di togliere autonomia al Centro, né di trasferire la governance a Catania. Hanno chiesto una sola cosa: stabilire quale cardiochirurgia per adulti fosse più idonea a fare da riferimento. Stop. Ma la Regione ha trasformato questa richiesta limitata in un’operazione politica che cambia la natura stessa del Centro.

A fine dicembre 2025 i ministeri indicano il Policlinico Rodolico-San Marco di Catania come più idoneo rispetto al Papardo di Messina, perché ha più ricoveri, più procedure ECMO, più reparti pediatrici. È un’indicazione tecnica, non un ordine di ristrutturazione. Non c’è scritto da nessuna parte che Taormina debba essere assorbita da Catania. Non c’è scritto che la convenzione con il Bambin Gesù debba essere interrotta. Non c’è scritto che il Centro debba perdere autonomia. Eppure è esattamente ciò che la Regione decide di fare.

Su proposta dell’assessora Daniela Faraoni, la Giunta approva una modifica della Rete ospedaliera che aggancia Taormina alla cardiochirurgia per adulti del Policlinico di Catania.

Nei documenti ufficiali compare la frase che svela l’intera operazione: “la nuova organizzazione potrebbe consentire l’affrancamento dalla convenzione con il soggetto esterno”. Il soggetto esterno è il Bambin Gesù. Il partner che garantiva qualità, continuità, reputazione. Il cuore clinico del Centro. La Regione non lo dice apertamente, ma lo scrive: l’obiettivo è liberarsi del Bambin Gesù. E infatti l’ospedale romano annuncia che non rinnoverà la convenzione in scadenza il 30 giugno. Non può restare in un contesto dove non ha più ruolo, autonomia, continuità.

La Regione prova a minimizzare, parla di “fase di transizione”, insiste sul fatto che il Centro resterà operativo, ma la realtà è che senza il Bambin Gesù Taormina non è più il Centro che era. È un reparto svuotato, un guscio che mantiene l’insegna ma perde l’anima.

La senatrice Dafne Musolino lo aveva previsto e denunciato: “Il Ministero della Salute non ha mai caldeggiato l’annessione a Catania. È una scelta autonoma dell’assessore Faraoni”.

E infatti la contraddizione è evidente: la Regione dice di seguire le indicazioni ministeriali, ma i ministeri non hanno mai chiesto ciò che la Regione ha fatto. Hanno chiesto un riferimento tecnico, non uno smantellamento politico. Hanno chiesto una valutazione, non una centralizzazione. Hanno chiesto un chiarimento, non un cambio di governance. In mezzo a questo gioco di specchi, la politica locale si muove in modo schizofrenico.

C’è chi applaude la Regione per aver “salvato il Centro”, c’è chi denuncia lo scempio, c’è chi – come Musolino – punta il dito contro Cateno De Luca, accusandolo di avallare la perdita di un’eccellenza della sua stessa città, mentre pubblicamente si scaglia contro la maggioranza regionale.

Intanto la società civile prova a fare ciò che la politica non fa: difendere davvero Taormina.

La richiesta del tavolo tecnico istituzionale è stata firmata da Maria Francesca Briganti, coordinatrice regionale dell’associazione Le Partite IVA Italia. È lei che ha messo nero su bianco la proposta di usare il fattore insulare come leva giuridica per ottenere una deroga al Decreto Balduzzi e mantenere due centri pediatrici in Sicilia.

Il Decreto Balduzzi, infatti, prevede un solo centro di cardiochirurgia pediatrica ogni cinque milioni di abitanti. La Sicilia, con i suoi cinque milioni scarsi, dovrebbe averne uno solo. Ma il Decreto Balduzzi non è un dogma: prevede deroghe in presenza di condizioni particolari, e la Sicilia ha una condizione particolare riconosciuta dalla Costituzione e dall’Unione Europea: l’insularità.

L’articolo 119 della Costituzione, il TFUE, la legge 42/2009 sul federalismo fiscale e le delibere CIPE riconoscono che le regioni insulari hanno diritto a misure compensative per superare gli svantaggi strutturali.

In Sicilia, lo svantaggio è evidente: collegamenti difficili, tempi di percorrenza lunghi, infrastrutture carenti. Due centri pediatrici non sono un lusso, sono una necessità. Eppure la Regione, invece di usare l’insularità per difendere Taormina, la usa per giustificare la centralizzazione.

Il risultato finale è semplice da spiegare alle famiglie: il Centro resta fisicamente a Taormina, ma la testa è a Catania. Il partner d’eccellenza se ne va. La continuità assistenziale si spezza. L’autonomia si dissolve.

E chi prova a vendere tutto questo come una vittoria, più che difendere il territorio, sta difendendo la propria posizione nel sistema di potere che ha deciso che così doveva andare.

Angioletta Massimino