Di Cermelo Finocchiaro
Cari dirigenti del campo largo, bisogna dirlo con franchezza: state facendo di tutto per non farvi votare.
Mentre milioni di italiani affrontano salari insufficienti, tasse elevate, liste d’attesa interminabili, bollette pesanti e un futuro sempre più incerto, voi continuate a discutere di candidature, veti, leadership, collegi e rapporti di forza tra le segreterie.
Il Paese reale è altrove. È nelle famiglie che non riescono più a risparmiare, nei giovani che partono perché non trovano opportunità, negli imprenditori schiacciati dalla burocrazia, nei lavoratori poveri e negli anziani costretti a rinunciare alle cure.
Eppure il cosiddetto campo largo continua a parlare soprattutto a se stesso.
Non basta stare tutti insieme per diventare un’alternativa
Una coalizione non diventa credibile perché riesce a mettere intorno allo stesso tavolo partiti diversi. La somma delle sigle non produce automaticamente una visione, così come un accordo elettorale non genera una classe dirigente capace di governare.
Un’alleanza costruita soltanto per battere Giorgia Meloni è destinata a essere fragile. Agli elettori non basta sapere contro chi vi schierate: vogliono capire quale Italia intendete costruire.
Qual è la vostra proposta sul lavoro? Come pensate di aumentare i salari e ridurre il costo del lavoro? Come volete salvare la sanità pubblica? Quali misure proponete per le piccole e medie imprese? Come intendete ridurre le tasse senza aumentare il debito? Qual è la vostra posizione sulla giustizia, sull’Europa, sull’Ucraina, sull’immigrazione e sulla sicurezza?
Su molte di queste questioni, all’interno del campo largo, convivono posizioni profondamente diverse. Nasconderle fino al giorno delle elezioni non significa averle risolte. Significa soltanto rinviare lo scontro al giorno successivo.
Manca una leadership capace di parlare al Paese
Occorre avere anche il coraggio di affrontare il tema della leadership. Nessuno può considerarsi automaticamente candidato alla guida dell’Italia soltanto perché dirige un partito o controlla una parte dell’apparato.
Governare richiede competenza, esperienza, capacità decisionale, autorevolezza internazionale e carisma. Il consenso non si eredita, non si impone nei vertici e non si costruisce con qualche intervista favorevole.
Oggi nessuno dei dirigenti che si contendono la guida del campo largo appare in grado di unire realmente il Paese, conquistare il voto moderato, dialogare con il mondo produttivo e coinvolgere quella grande parte di cittadini che ormai non crede più nella politica.
Dovreste domandarvi perché tanti elettori progressisti, riformisti e democratici preferiscano astenersi. Non sono diventati improvvisamente tutti conservatori. Molti semplicemente non si sentono più rappresentati.
Il vero avversario è l’astensionismo
Il più grande partito italiano è quello di chi non vota. Sono cittadini delusi, arrabbiati o rassegnati, che non vedono una differenza concreta tra promesse ripetute e governi incapaci di cambiare la loro vita.
Per recuperarli non bastano gli appelli all’unità contro la destra. Bisogna dimostrare che esiste un’alternativa seria, competente e realizzabile.
Serve una proposta che difenda il lavoro senza demonizzare le imprese; che sostenga la crescita senza dimenticare le disuguaglianze; che protegga i più fragili senza costruire assistenzialismo permanente; che riconosca il valore del merito e, nello stesso tempo, garantisca a tutti condizioni di partenza dignitose.
Questo significa essere riformisti: non limitarsi a denunciare i problemi, ma avere il coraggio di cambiare ciò che non funziona.
Basta candidati decisi nelle segreterie
La scelta della leadership non può essere il risultato di un accordo riservato tra pochi dirigenti. Occorre aprire il confronto alla società civile, alle competenze, ai territori e a personalità capaci di parlare oltre i confini dei singoli partiti.
Servono primarie vere, aperte e competitive, fondate su programmi chiari. Non consultazioni organizzate per confermare decisioni già prese, ma un confronto nel quale idee, esperienze e leadership possano misurarsi liberamente.
Chi aspira a guidare il Paese deve conquistare la fiducia degli elettori, non soltanto il sostegno delle correnti.
Se amate davvero l’Italia, fate un passo indietro
Fare politica non significa occupare per sempre una posizione. A volte l’atto più responsabile è riconoscere i propri limiti e lasciare spazio a chi possiede maggiore capacità di unire, decidere e governare.
Se amate davvero la nostra nazione, abbiate il coraggio di fare un passo indietro. Aprite le porte a una nuova classe dirigente. Date spazio a chi ha competenza, esperienza, visione e carisma. Smettete di considerare ogni personalità autorevole come una minaccia ai vostri equilibri interni.
L’Italia non ha bisogno dell’ennesimo cartello elettorale costruito alla vigilia del voto. Ha bisogno di un progetto nazionale, liberale, democratico, europeista e riformista, capace di tenere insieme crescita economica, giustizia sociale, legalità e modernizzazione.
Continuando a presentarvi come una coalizione unita soltanto dalla volontà di fermare Meloni, non costruirete un’alternativa. Alimenterete l’astensionismo e consegnerete ancora una volta il Paese alla destra.
Il tempo dei rinvii è finito. Prima delle alleanze vengono le idee. Prima delle candidature viene il progetto. E prima delle ambizioni personali viene l’Italia.