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Bill Clinton a 80 anni: il “Comeback Kid” che cambiò l’America e non seppe mai lasciare la scena

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Dalla provincia dell’Arkansas alla Casa Bianca, dalla “Terza via” agli scandali: ritratto di un presidente capace di interpretare il suo tempo, ma anche di anticiparne contraddizioni e fratture

Bill Clinton compie ottant’anni e la ricorrenza offre l’occasione per rileggere una delle figure più influenti, affascinanti e controverse della politica americana contemporanea. La sua vicenda personale attraversa mezzo secolo di storia degli Stati Uniti: l’ascesa sociale di un ragazzo dell’Arkansas, la trasformazione del Partito democratico, l’ottimismo della globalizzazione, la prosperità degli anni Novanta e, infine, le contraddizioni di un modello economico e politico che oggi appare lontanissimo.

Clinton non è stato soltanto il quarantaduesimo presidente degli Stati Uniti. È stato un formidabile interprete della società americana, un comunicatore capace di stabilire un rapporto quasi personale con milioni di elettori e un politico dotato di uno straordinario istinto per il potere. Ma è stato anche un uomo incapace di separare completamente la dimensione pubblica dai propri impulsi privati, trasformando ripetutamente i successi in controversie e le vittorie in occasioni di vulnerabilità.

A ottant’anni continua a viaggiare, partecipare a conferenze, raccogliere fondi e intervenire nel dibattito pubblico. Non ha mai imparato davvero a essere un ex presidente. È ancora, per usare una definizione che lo accompagna da tempo, un “vagabondo” della politica: sempre alla ricerca di una causa, di un pubblico e di una nuova occasione per convincere qualcuno.

Da Hope alla conquista dell’America

William Jefferson Clinton nacque il 19 agosto 1946 a Hope, una piccola città dell’Arkansas. Il padre naturale, William Jefferson Blythe Jr., morì in un incidente automobilistico prima della sua nascita. Clinton crebbe quindi senza conoscerlo, all’interno di una famiglia segnata da difficoltà economiche, tensioni e fragilità.

Adolescente, assunse il cognome del patrigno Roger Clinton. La sua infanzia non fu semplice, ma contribuì a sviluppare una qualità destinata a diventare la sua principale risorsa politica: la capacità di comprendere le persone, ascoltarle e instaurare rapidamente con loro una relazione.

Studiò alla Georgetown University, frequentò Oxford e si laureò in legge a Yale. Qui incontrò Hillary Rodham, con la quale avrebbe costruito una delle alleanze matrimoniali e politiche più importanti — e tormentate — della storia americana recente.

Dopo gli studi tornò in Arkansas, dove avviò una rapidissima carriera politica. A soli 32 anni divenne governatore. Sconfitto quando cercò la rielezione, riuscì a riconquistare la carica due anni dopo. Nacque così la fama del “Comeback Kid”: l’uomo capace di sopravvivere alle sconfitte, rialzarsi e trasformare ogni crisi in una nuova partenza.

La rivoluzione centrista dei democratici

Quando Clinton conquistò la Casa Bianca nel 1992, il Partito democratico aveva perso tre elezioni presidenziali consecutive. Dopo la rivoluzione conservatrice di Ronald Reagan, il tradizionale linguaggio del New Deal e dello Stato sociale non sembrava più sufficiente per conquistare la classe media, gli elettori suburbani e una parte del mondo produttivo.

Clinton comprese che i democratici avrebbero dovuto cambiare senza rinnegare completamente la propria identità. Da questa intuizione nacque la “Terza via”: un riformismo centrista che cercava di coniugare mercato e protezione sociale, responsabilità individuale e intervento pubblico, disciplina di bilancio e investimenti nell’istruzione.

Il presidente dichiarò conclusa l’epoca del governo federale chiamato a occuparsi direttamente di ogni problema. Non proponeva però la scomparsa dello Stato, bensì un’amministrazione più efficiente, capace di sostenere le opportunità senza soffocare l’iniziativa economica.

La sua presidenza coincise con una lunga fase di crescita, innovazione tecnologica e aumento dell’occupazione. Durante i suoi due mandati furono creati oltre venti milioni di posti di lavoro, la disoccupazione scese sotto il 4% e il bilancio federale passò dal deficit al surplus.

Clinton ampliò l’assistenza sanitaria per i bambini, aumentò gli investimenti nell’istruzione e firmò il Family and Medical Leave Act, che riconobbe a milioni di lavoratori la possibilità di assentarsi, senza retribuzione ma conservando il posto, per la nascita di un figlio o per assistere un familiare malato.

La sua amministrazione approvò anche misure contro la diffusione delle armi d’assalto e adottò una linea molto severa in materia di criminalità. Quest’ultima politica, presentata allora come risposta alla crescente insicurezza, sarebbe stata successivamente criticata per avere favorito la carcerazione di massa e colpito in modo sproporzionato le comunità afroamericane.

Globalizzazione, Nato e limiti della politica estera

In politica internazionale Clinton governò gli Stati Uniti nel momento della loro massima espansione dopo la fine dell’Unione Sovietica. Era l’epoca della cosiddetta “Pax Americana”, fondata sulla convinzione che democrazia liberale, libero commercio e integrazione economica potessero progressivamente ridurre i conflitti.

Con il Nafta consolidò lo spazio commerciale tra Stati Uniti, Canada e Messico. Sostenne l’allargamento della Nato verso l’Europa orientale e intervenne militarmente in Bosnia e Kosovo davanti all’impotenza dell’Europa. Operazioni che contribuirono a fermare violenze e persecuzioni, ma che alimentarono anche un dibattito sulla legittimità e sui limiti dell’interventismo americano.

Clinton dedicò inoltre una parte significativa del proprio capitale politico al tentativo di costruire la pace in Medio Oriente. Gli accordi di Oslo, il vertice di Wye River e i negoziati di Camp David rappresentarono momenti importanti, ma non produssero l’atteso accordo definitivo tra israeliani e palestinesi.

Anche in questo campo la sua eredità appare duplice: da una parte la capacità di esercitare una leadership internazionale; dall’altra l’eccessiva fiducia nella possibilità che la forza economica e diplomatica americana potesse risolvere conflitti radicati nella storia.

Il prezzo della “Terza via”

Negli anni Novanta il centrismo clintoniano sembrò la formula politica vincente. A distanza di tre decenni, tuttavia, il giudizio è diventato più problematico.

La deregolamentazione finanziaria, il sostegno al libero commercio e la fiducia nella globalizzazione contribuirono alla crescita, all’innovazione e all’espansione dei consumi. Ma favorirono anche la delocalizzazione di produzioni industriali, l’indebolimento di alcune comunità operaie e un aumento delle disuguaglianze.

È questo uno dei grandi paradossi della sua presidenza. Clinton riuscì ad adattare il Partito democratico all’America che stava nascendo; ma quella stessa trasformazione contribuì, negli anni successivi, a separare i democratici da una parte della classe lavoratrice bianca e delle periferie industriali. Una frattura che Donald Trump avrebbe saputo sfruttare con il suo nazionalismo economico.

L’America ottimista di Clinton — convinta che il progresso tecnologico e l’apertura dei mercati avrebbero migliorato la vita di tutti — ha lasciato il posto a un Paese più polarizzato, protezionista e diffidente verso le élite.

Lewinsky, l’impeachment e le ombre private

Nessun ritratto di Clinton può ignorare il suo rapporto problematico con il potere, il consenso e la vita privata. La sua straordinaria capacità empatica nasceva da un bisogno quasi costante di attenzione e approvazione. Una forza politica che diventò anche una debolezza personale.

La relazione con Monica Lewinsky, giovane stagista della Casa Bianca, provocò la crisi più grave della sua presidenza. Clinton negò inizialmente il rapporto e venne sottoposto a impeachment dalla Camera dei rappresentanti per falsa testimonianza e ostruzione alla giustizia. Il Senato lo assolse e gli consentì di completare il mandato.

Sopravvisse politicamente anche a quella crisi e lasciò la Casa Bianca con indici di popolarità elevati. Ma il caso Lewinsky ha assunto nel tempo un significato diverso: non soltanto uno scandalo sessuale, ma anche una vicenda segnata da un evidente squilibrio di potere tra il presidente degli Stati Uniti e una giovane collaboratrice.

Negli anni successivi, Clinton è stato sottoposto a nuove critiche per i rapporti intrattenuti con Jeffrey Epstein. La frequentazione e i viaggi documentati hanno alimentato interrogativi e richieste di chiarimento. È tuttavia necessario distinguere rigorosamente tra rapporti personali, responsabilità politiche e responsabilità penali, evitando automatismi o colpe per associazione in assenza di prove giudiziarie.

Accanto a lui è rimasta Hillary Clinton: razionale e disciplinata dove Bill era istintivo, prudente dove lui era impulsivo. Insieme hanno formato una coppia politica irripetibile. Hillary, però, non riuscì a completare ciò che il marito aveva realizzato, venendo sconfitta da Trump nelle presidenziali del 2016.

Un presidente incapace di diventare “ex”

Dopo la Casa Bianca Clinton ha creato una fondazione internazionale, promosso iniziative contro l’Aids, sostenuto programmi per l’Africa, scritto libri e partecipato a campagne umanitarie. Ha continuato a intervenire nelle campagne elettorali democratiche e a incontrare capi di Stato, imprenditori e organizzazioni sociali.

Il suo attivismo ha prodotto risultati importanti, ma ha anche alimentato discussioni sull’intreccio tra filantropia, raccolta di fondi, influenza politica e relazioni internazionali.

A ottant’anni Bill Clinton resta dunque una figura impossibile da ridurre a un giudizio univoco. Fu il presidente della crescita e del surplus, ma anche della deregolamentazione. Rinnovò il Partito democratico, ma contribuì indirettamente alla sua futura crisi sociale. Promosse la pace, ma consolidò l’interventismo americano. Seppe parlare come pochi agli elettori, ma non riuscì sempre a governare sé stesso.

La sua storia racconta l’ascesa e il tramonto dell’America degli anni Novanta: fiduciosa, globale, tecnologica e persuasa di avere vinto la storia. Clinton rimane il “Comeback Kid”, l’uomo che non accetta la sconfitta e non abbandona il palcoscenico. Anche adesso continua a prendere il microfono, cercando di convincere chi lo ascolta che un futuro migliore sia ancora possibile.