di Antonio Craxi’
La sanità siciliana vive in emergenza permanente.Non per una catastrofe improvvisa, ma per una scelta organizzativa: non programmare prima, correre dopo, chiamare “responsabilità” il rattoppo finale e “manovra correttiva” ciò che, in un’amministrazione normale, si chiamerebbe previsione sbagliata.
La nuova tensione all’Ars sulla manovra correttiva, indicata attorno ai 350 milioni, arriva dunque senza sorpresa. È il calendario liturgico della Regione: prima la finanziaria, poi le richieste degli assessorati, poi la scoperta che i soldi non bastano, poi la sanità che diventa voragine, poi la corsa a coprire, spostare, limare, rinviare. Tutto molto siciliano: la programmazione arriva sempre dopo il problema, come i pompieri dopo che l’incendio è diventato paesaggio.
Eppure i numeri non sono misteriosi. Il bilancio preventivo consolidato del servizio sanitario regionale 2025 vale circa 11,76 miliardi. Rispetto al 2024 crescono ricavi e costi per oltre 364 milioni. Gli acquisti di beni sanitari superano i 2 miliardi, i servizi sanitari valgono 4,65 miliardi, il personale 3,16 miliardi. Non sono bruscolini contabili: sono grandezze da sistema industriale. Solo che qui l’industria produce spesso attese, mobilità passiva, pronto soccorso ingolfati e conferenze stampa.
Il punto non è che la sanità costi. La sanità deve costare: se non costa, di solito non cura. Il punto è che in Sicilia la spesa sanitaria sembra sempre una sorpresa. Ogni anno si finge di scoprire che i farmaci innovativi costano, che il personale va pagato, che i privati accreditati presentano fatture, che i pronto soccorso non funzionano con le buone intenzioni, che le liste d’attesa non si accorciano con un comunicato.
La Regione ama dichiarare equilibrio. Infatti il bilancio preventivo 2025 chiude formalmente in equilibrio, con un risultato quasi simbolico, pari a 21 mila euro dopo le coperture LEA. Ventunmila euro: meno del costo annuo di qualche consulenza, ma abbastanza per esibire il miracolo contabile. Il problema è che l’equilibrio sulla carta non cura nessuno. E infatti la Sicilia, nel monitoraggio LEA 2023, resta sotto soglia in prevenzione e assistenza distrettuale. Cioè proprio dove si dovrebbe evitare che il cittadino finisca in ospedale.
Qui entra il PNRR, e il paradosso diventa perfetto. Da un lato si grida alla mancanza di risorse; dall’altro ci sono fondi già assegnati per rifare la sanità territoriale. La Regione rivendica una spesa PNRR sanitaria al 54%, sopra la media nazionale del 33,5%, e 57 strutture già operative. Bene. Ma nello stesso comunicato si ammette che altri 35 interventi, 27 case e 8 ospedali di comunità, sono conclusi e attendono l’attivazione. Tradotto: i muri ci sono, il servizio ancora no. La sanità territoriale, in Sicilia, rischia di diventare una collezione di edifici in cerca di funzione.
È questo il punto politico. Non mancano solo i soldi. Manca il governo della spesa. Manca la capacità di trasformare il finanziamento in servizio, il capitolo di bilancio in prestazione, il cantiere concluso in ambulatorio funzionante, la casa di comunità in medico, infermiere, agenda, presa in carico.
La sanità siciliana è amministrata come un’emergenza perché l’emergenza conviene: cancella le responsabilità, giustifica le toppe, consente la retorica del “fare presto” dopo anni passati a fare tardi. Ma il cittadino non si cura con le correzioni di bilancio. Si cura con programmazione, personale, territorio, prevenzione, controlli e tempi certi.
In Sicilia, invece, si riesce nell’impresa di avere insieme bilanci in affanno, fondi europei da trasformare in servizi, strutture concluse ma non attivate e livelli essenziali insufficienti proprio sul territorio. Una quadratura del cerchio al contrario.
La conclusione è amara: la sanità regionale non è vittima dell’emergenza. È prigioniera di chi la usa come alibi permanente per non governarla mai davvero.