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Arctic Metagaz: la metaniera russa che l’Europa ha lasciato vagare nel Mediterraneo

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Di Angioletta Massimino

Per quasi venti giorni una metaniera russa lunga 277 metri, la Arctic Metagaz, ha vagato senza nessuno ai comandi nel cuore del Mediterraneo centrale. A bordo: oltre 60 mila tonnellate di GNL e centinaia di tonnellate di carburante. Una massa instabile, potenzialmente devastante, lasciata scivolare tra le onde mentre Italia, Malta e Unione Europea si limitavano a osservare da lontano, paralizzate dall’idea di dover intervenire.

Un caso da manuale di come un’emergenza gigantesca possa essere trattata come un dettaglio irrilevante.

La nave era partita da Murmansk il 24 febbraio diretta verso Port Said. Nella notte tra il 3 e il 4 marzo, in acque internazionali tra Malta e Libia, un’esplosione improvvisa ha squarciato la struttura, seguita da un incendio. I trenta marittimi russi hanno abbandonato la nave e sono stati recuperati da un’altra unità, poi trasferiti in Libia.

La metaniera, però, non è affondata: è rimasta a galla, ferita e senza governo, trasformata in un relitto errante che nessuno voleva reclamare.

Da quel momento la Arctic Metagaz ha iniziato a oscillare tra il Canale di Sicilia e il Golfo della Sirte. Le autorità libiche hanno definito la situazione “una minaccia seria”: oltre al GNL, a bordo c’erano enormi quantità di gasolio con rischio di sversamento. La Guardia Costiera libica ha imposto un divieto di avvicinamento entro 6 miglia, mentre la National Oil Corporation ha messo in allerta le piattaforme offshore.

Il pericolo era concreto: il GNL, a –162°C, se rilasciato, genera una nube criogenica che si espande a livello del mare e può incendiarsi o esplodere. Il carburante, se disperso, avrebbe contaminato uno dei tratti più delicati del Mediterraneo.

Eppure, nessuno ha assunto il comando. Il nodo è burocratico solo in apparenza: la nave si trovava esattamente nel punto in cui si incastrano tre zone SAR – Italia, Malta, Libia.

Non sono confini territoriali, ma responsabilità operative. E nel Mediterraneo centrale queste responsabilità diventano un gioco di rimpalli: Malta dice “non è nostro”, l’Italia risponde “è più vicino a Malta”, l’UE si trincera dietro “acque internazionali”, la Libia scarica il problema.

Risultato: la nave continua a girare, come un oggetto abbandonato che nessuno vuole raccogliere.

Qui la vicenda cambia natura e diventa politica. Nessuno Stato europeo ha voluto assumersi la gestione di una nave russa danneggiata, carica di GNL, appartenente alla cosiddetta flotta ombra, un settore opaco, scarsamente assicurato e diplomaticamente scomodo.

Meglio non vedere, meglio non toccare, meglio aspettare che la corrente la trascini fuori dal campo visivo. È la fotografia di un’Europa che parla di sicurezza energetica e di autonomia strategica, ma che davanti a un rischio reale resta immobile.

Solo tra il 20 e il 22 marzo la situazione si è sbloccata: la National Oil Corporation libica ha annunciato di aver assunto il controllo del relitto, affidando la messa in sicurezza a una società internazionale e avviando il rimorchio verso un porto dell’Est libico, nell’area di Bengasi.

La nave è ora lì: non è esplosa, non è affondata, non ha sversato il carico. Ma è stata assorbita dalla Libia, sottratta completamente allo sguardo europeo.

La vicenda si è chiusa nel silenzio: nessuna dichiarazione dell’UE, nessuna nota italiana, nessuna presa di posizione maltese. Tutti sollevati che la responsabilità sia finita altrove.

E resta la domanda che nessuno vuole affrontare: come può una nave lunga quasi 300 metri, carica di GNL e senza equipaggio, restare alla deriva per settimane nel cuore del Mediterraneo senza che uno Stato europeo intervenga?

La risposta è semplice e scomoda: perché nessuno voleva assumersi il peso politico, tecnico e diplomatico di una bomba galleggiante russa.

E allora la vera questione è un’altra: quanto è mancato perché tutto questo si trasformasse in un disastro irreparabile? La verità, guardando la traiettoria della Arctic Metagaz, è che siamo stati a un soffio.