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Anna Foglietta debutta alla regia: a Venezia “Una storia”, il cinema che interroga il nostro tempo

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di Redazione

Anna Foglietta cambia prospettiva. Dopo una lunga carriera davanti alla macchina da presa, arriva a Venezia con il suo esordio alla regia, “Una storia”, presentato nell’ambito dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.
Un debutto che non cerca soltanto di raccontare una vicenda familiare. Foglietta utilizza il cinema per interrogarsi sul nostro tempo, sulla famiglia, sul lavoro, sulle relazioni e soprattutto sulla velocità con cui consumiamo esperienze, immagini e perfino sentimenti.
Al centro c’è un interrogativo semplice e insieme enorme: quanto siamo ancora capaci di fermarci e attribuire un significato alla nostra vita?
Erika e Mauro, quando una figlia se ne va
I protagonisti sono Erika e Mauro, una coppia di provincia appartenente a un mondo popolare e lavoratore.
La loro esistenza procede secondo equilibri costruiti nel corso degli anni. Poi arriva un passaggio normale nella vita di moltissime famiglie: la figlia parte per frequentare l’università.
Quella partenza, però, produce una frattura.
La casa cambia. Cambiano i silenzi. Cambiano le abitudini. E soprattutto viene meno uno degli elementi attorno ai quali Erika e Mauro avevano costruito buona parte della propria identità.
Quando essere genitori non occupa più ogni spazio della quotidianità, rimane una domanda: chi siamo diventati?
È da questo vuoto che Foglietta costruisce un dramma intimo e proletario sul senso dell’esistenza.
«Lo scrolling ci deresponsabilizza»
Ma “Una storia” vuole parlare anche della società che esiste fuori da quella casa.
Foglietta parte dall’immagine di un mondo velocissimo, consumistico, attraversato da una continua successione di contenuti.
Scorriamo immagini, notizie, tragedie, pubblicità, guerre, corpi, felicità costruite per i social. Tutto appare per pochi secondi sullo schermo e immediatamente viene sostituito da qualcos’altro.
È qui che lo scrolling diventa una metafora politica.
Non è soltanto un gesto compiuto con un dito sul telefono. È il rischio di sviluppare un rapporto superficiale con ciò che accade intorno a noi.
Vediamo tutto, ma forse ci fermiamo sempre meno.
Sappiamo tutto, ma rischiamo di sentirci responsabili di pochissimo.
Il cinema, al contrario, obbliga ancora a guardare. A rimanere davanti a una storia. A concedere tempo ai personaggi e quindi, indirettamente, anche a noi stessi.
Un film profondamente politico
Foglietta rivendica così la dimensione politica del suo debutto.
Non necessariamente politica nel senso dei partiti o delle istituzioni.
Politica perché raccontare il lavoro, la famiglia, le disuguaglianze, i desideri e le frustrazioni significa raccontare il modo in cui una società organizza la vita delle persone.
E scegliere come protagonisti due individui appartenenti a una dimensione proletaria significa riportare sullo schermo una parte d’Italia che il cinema non sempre mette al centro.
È l’Italia delle persone normali.
Quelle che lavorano, crescono figli, fanno sacrifici e improvvisamente possono trovarsi davanti alla necessità di ricominciare a interrogarsi sulla propria esistenza.
Donne, maternità e libertà di scegliere
A Venezia Foglietta ha affrontato anche il tema della rappresentazione femminile.
La limitata presenza di registe nel concorso principale della Mostra, secondo l’attrice e regista, non costituisce un episodio isolato ma la “punta dell’iceberg” di una questione sistemica.
Il problema riguarda le possibilità offerte alle donne di dirigere, produrre, raccontare e quindi contribuire alla costruzione dell’immaginario collettivo.
Foglietta introduce inoltre una questione ancora culturalmente sensibile: una donna deve avere piena libertà anche di non desiderare la maternità.
La maternità può rappresentare una scelta straordinaria, ma non può trasformarsi nell’unico modello attraverso il quale misurare la realizzazione femminile.
Una donna può desiderare di diventare madre.
Può desiderare di non esserlo.
Può mettere al centro il lavoro, l’arte, gli affetti, la propria indipendenza o una combinazione di tutte queste dimensioni.
La libertà autentica consiste precisamente nella possibilità di scegliere.
Un messaggio rivolto anche agli uomini
Ma Foglietta non considera la parità una questione esclusivamente femminile.
Chiama direttamente in causa anche gli uomini.
Per costruire una società più equilibrata non basta chiedere alle donne di conquistare nuovi spazi. È necessario che anche gli uomini si interroghino sui modelli culturali che hanno ereditato e su quelli che contribuiscono quotidianamente a riprodurre.
La parità passa dalla famiglia, dal linguaggio, dall’educazione dei figli, dal lavoro, dal cinema e dalla rappresentazione della donna nei media.
In altre parole, dall’immaginario.
Venezia e una domanda che riguarda tutto il cinema
Il debutto di Foglietta porta così dentro Venezia anche una discussione sul futuro del cinema italiano.
Quante donne riescono realmente ad arrivare dietro la macchina da presa?
Quante storie provenienti dalle periferie sociali trovano spazio?
E quanto cinema siamo ancora disposti a dedicare alle vite apparentemente normali?
Perché proprio dentro quelle vite possono nascondersi le grandi questioni contemporanee: solitudine, identità, genitorialità, lavoro, emancipazione, tecnologia e ricerca della felicità.
Il 24 settembre nelle sale
“Una storia” arriverà nei cinema italiani il 24 settembre.
E forse il messaggio più interessante del debutto di Anna Foglietta è contenuto proprio nella contrapposizione tra cinema e scrolling.
Sul telefono possiamo decidere in qualsiasi momento di passare oltre.
Davanti a una storia, invece, siamo chiamati a rimanere.
A guardare.
A capire.
E magari a riconoscere qualcosa della nostra stessa vita nelle fragilità degli altri.
In una società che sembra avere sempre più fretta di passare alla cosa successiva, fermarsi per ascoltare una storia può essere già un piccolo gesto politico.
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