Una presunta innocente


Il livello di civiltà di un Paese si misura anche con le modalità con cui vengono trattati gli imputati durante la fase processuale e i condannati durante il periodo di detenzione.

di ROBERTO RIVIELLO

Diciamolo e scriviamolo subito che Ilaria Salis è, fino al termine del processo che la riguarda, una presunta innocente, e pertanto vederla incatenata mani e piedi e portata in tribunale come se fosse una bestia pericolosa ci deve indignare a prescindere dal capo d’accusa e dal trascorso politico dell’imputata. Ecco perché i ragionamenti di esponenti di alto livello del Governo secondo i quali “così si fa in Ungheria e persino in certi stati degli USA” non si possono ascoltare, se si hanno a cuore i diritti dell’uomo e del cittadino (secondo la “Déclaration des droits de l’homme e du citoyen”, 1789) o semplicemente, per restare in casa nostra, si conosce Cesare Beccaria e la riforma penale che ne derivò per abolire la tortura e la pena di morte.

Ma come non ricordare immagini non dissimili da quelle mostrateci dai media presenti nell’aula ungherese, come quelle dei disgraziatissimi Enzo Tortora ed Enzo Carra ammanettati ed esposti alla pubblica gogna per volere dei Pm di Mani Pulite? Oppure, tanto per rimanere sul presente, è vero o no che nei nostri civilissimi tribunali gli imputati vengono ancora oggi rinchiusi in vere e proprie gabbie come se fossero allo zoo? E per fortuna c’è stata la riforma Cartabia che in qualche modo ha corretto questa prassi orribile, affidando al giudice la discrezionalità di utilizzare lo strumento.

Cosa dire, infine, della condizione di sovraffollamento perenne delle carceri italiane e delle condizioni igienico-sanitarie dei nostri detenuti e della loro salute mentale spesso trascurata, al punto che i suicidi in carcere nello scorso anno sono stati ben 66?

Non c’è dubbio che il livello di civiltà di un Paese si misuri anche con le modalità con cui vengono trattati gli imputati durante la fase processuale e i condannati durante il periodo di detenzione. Che non è affatto un ragionamento genericamente “buonista”, perché qui non si discute la necessità di applicare le pene in modo certo, qui si parla esclusivamente di garantire i diritti delle persone anche nei momenti più drammatici della loro esistenza come sono un processo ed un eventuale periodo di carcerazione.

Tornando alla Salis, il Governo, sulla spinta del forte impatto mediatico delle immagini televisive e dell’ondata di generale indignazione, si è finalmente mosso nella direzione giusta, grazie anche al rapporto di fiducia tra la nostra premier e Viktor Urban. E la richiesta di portare in Italia la giovane donna agli arresti domiciliari, sotto stretto controllo degli organi di polizia e per tutta la durata del processo, è certamente corretta, e si muove nel solco del garantismo.

Il problema è l’Ungheria che, come sappiamo, è un Paese europeo che però non presenta tutte le caratteristiche delle piene democrazie, come l’indipendenza della magistratura e il rispetto dei diritti dell’uomo. Per questo si deve sperare nell’accoglimento della richiesta italiana di trattare Ilaria Salis come presunta innocente con tutti i conseguenti diritti e garanzie, ma, volendo essere tragicamente realisti, dobbiamo anche immaginare una decisione contraria da parte del tribunale ungherese. In quel caso non si potrà che portare la questione ad un livello di diritto europeo, e cioè nella CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) che ha sede a Strasburgo.

Fonte: Solo Riformisti