Storie d’integrazione all’ombra dell’Etna


di Livio Mario Cortese

Due giovani africani a Catania: tra centri d’accoglienza, lavoro e incontri preziosi.


“Non avete paura?” , “Attenti a farvi vedere con lui!”

Invece una famiglia italiana ha deciso di tagliare i luoghi comuni, guardando anche oltre i fatti di cronaca più sconcertanti: scegliendo di dare amicizia –quella vera – a due ragazzi arrivati da un altro continente.

Da G. R., trentenne, insegnante in un comune siciliano, abbiamo conosciuto queste due vite che pochi anni fa hanno incrociato la sua: un’amicizia che continua tutt’ora. “Nel 2016 ho insegnato italiano al CARA di Mineo per alcuni mesi”, ci racconta G. : ”Non mi mancavano i pregiudizi, ammetto, ma l’Africa mi affascinava e volevo far qualcosa per le persone delle quali i telegiornali mostravano gli sbarchi. Era un corso facoltativo, diversi erano gli alunni appassionati e ho fatto amicizia con uno di loro, valicando il mio compito”. Malik inizia a conoscere G. , quindi la sua famiglia, che lo accoglie a Natale: “Anche i miei genitori hanno provato forte empatia nei suoi riguardi, ed hanno garantito per lui quando cercava casa”.

Con l’arrivo del nuovo anno, Malik esce infatti dal CARA e ottiene un permesso di soggiorno temporaneo: proveniente dalla Nigeria, dove non esiste stato di guerra (tolti i jihadisti di Boko Haram), non rientra nello status di rifugiato.

G. e la sua famiglia –la cugina è medico volontario in Tanzania- gli stanno accanto. “Abbiamo capito che aveva un’inclinazione per la cucina: così abbiamo cercato d’introdurlo nell’ambiente della ristorazione”. Poco più d’un mese da lavapiatti, altri due in un hotel, infine messo in regola –non senza dissidi- in una caffetteria catanese. Ma il posto fisso, situazione alquanto italiana, resta un miraggio.

Differente la vicenda d’un altro amico più giovane: Bashir, originario della Guinea, è oggi alunno della madre di G. . In Italia, minorenne, ha vissuto presso strutture comunitarie e proseguito gli studi superiori. Malik e Bashir, diversi per aspetto, indole, lingua e religione, sono accomunati dalla fuga per metà continente africano e dal passaggio attraverso la Libia fino alle coste siciliane. Bashir pensa in francese e racconta in buon italiano la sua partenza: “Appartengo a un’etnia benestante, specializzata nel commercio e perciò presa di mira da altre fazioni che si contendono il governo. Sono però scappato da un’epidemia; davvero non so a riferire certi momenti del viaggio, certo è stato un sollievo sbarcare a Pozzallo”. Due settimane al porto, sette mesi al centro di accoglienza di Caltagirone, poi a Canicattì. “Adesso sto finendo il liceo linguistico: vorrei diventare mediatore culturale, aiutare nei centri d’accoglienza, intanto cerco un lavoro immediato”. Ma i propositi per il futuro cozzano col permesso di soggiorno valido due anni. “In generale ho avuto una buona impressione dell’Italia. Credo però che, come io apprezzo e rispetto la cultura italiana, altrettanto dovrei ricevere. Penso pure al Nord Africa, dove la situazione era più tesa: i maghrebini si sentono europei e trattano male la gente dell’interno”. Emerge talvolta l’idea che gli africani, privi di senso patrio, puntino perciò all’invasione. “Io ho visto gente che non intendeva andarsene”, si meraviglia il guineano: “Penso che amare la propria patria sia conseguenza dell’amare se stessi e gli altri”. Semplicità lineare: “Credo che la migrazione dovrebbe essere regolamentata, ma quando tutte le porte sono chiuse, la disperazione cresce”. Le famiglie mancano, i rapporti restano appesi tra social e telefono. Bashir tornerebbe in Guinea per rivedere i suoi, Malik è proiettato verso l’Europa e si percepisce che veda in tutto ciò un’occasione impagabile: “Andrei in Nigeria a prendere mia sorella”. C’è più amarezza nel ventiduenne uscito dalla struttura di Mineo: ricorda, accostando inglese e scarno italiano, l’inerzia dell’attesa o le risse tra nigeriani e bengalesi. Altro preferisce tacere. “Vedo poco cuore tra la gente del mio paese: dai politici che non fanno niente, fino alla gente comune. Preferisco star solo, diffido dei miei connazionali: non sai mai chi incontri”. Si mangia una volta al giorno, quando possibile, a casa di Malik: “E si lavora solo se raccomandati. Io ho avuto la fortuna di poter studiare fino al primo anno della facoltà di Economia, poi la morte di mio padre ha fatto precipitare la situazione”. Malik attende che il proprio status sia definito per interrogare la sorte. Pensa ad un lavoro in cucina: “Anche in Nigeria a volte cucinavo, imparavo da mia mamma. Qui sono stato aiuto cuoco, un’esperienza molto bella”. Il nigeriano guarda a Bleri Dervishi, vincitore di Master Chef Albania, sbarcato in Italia a tre anni durante la crisi di fine anni ’90. Ma ha qualche altra ambizione: “Vorrei raccontare la mia storia, credo possa servire ad aiutare altre persone”.

Per questo Bashir e Malik hanno già incontrato diverse classi di scuola: l’effetto è un po’ quello d’un viaggio che indirizzi alla conoscenza di chi è “altro”, ma non per questo peggiore. Un fatto culturale che troppo spesso fatica ad esistere.