Giornata contro la violenza sulle donne. Perché il 25 novembre


di Anna Potito *

Il 25 novembre del 1960 tre sorelle, Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, attiviste di un gruppo politico clandestino di opposizione alla trentennale dittatura di Rafael Trujillo nella Repubblica Dominicana, mentre si recano in auto a far visita ai propri mariti in carcere, vengono fermate dalla polizia, bastonate, strangolate e, rimesse in macchina, fatte precipitare in un burrone per simulare un incidente.
Il popolo dominicano non credette, si ribellò e finalmente il dittatore cadde.
Questa è diventata la data ufficiale, simbolica, della ricorrenza istituita dall’ONU perché i governi e le organizzazioni internazionali si facciano carico di tutte le violenze e gli scempi che vengono perpetrati sul corpo delle donne.
Una violenza maschile che si declina in tantissimi modi, in casa, per strada, sul luogo di lavoro. Da quella sottile psicologica di far sentire una donna brutta o incapace, alle battutine irridenti condivise con gli amici, alla sottomissione, al ricatto affettivo in famiglia, al ricatto sessuale sul posto di lavoro fino al gesto estremo dell’uccisione quando la donna cerca di sottrarsi alla violenza e l’uomo teme di perdere l’oggetto del suo dominio.
Secoli di cultura patriarcale hanno impregnato la storia della nostra civiltà, cadenzandola con narrazioni mitiche che hanno formato il nostro immaginario collettivo; e la poesia e l’arte se ne sono nutriti e le hanno circonfuse di bellezza dolente e sognante al tempo stesso.
Penso alla terribile sofferenza, narrata con un canto straziante nelle rime di Ovidio, della fanciulla Dafne che, inseguita presa e violentata da Apollo, chiede aiuto al padre e viene trasformata nella pianta di alloro; a distanza di secoli questo mito ispira lo splendido inimitabile capolavoro di Gian Lorenzo Bernini. La sublimazione nell’arte ha mascherato per secoli l’indecenza di questa azione, facendola apparire quasi amabile anche alle donne, mistificandola per amore.
D’altra parte il fondamento mitico della nascita, del susseguirsi delle stagioni e della fecondità della terra, il ratto di Proserpina, non è un atto di violenza compiuto a danno di una fanciulla? Proserpina, rapita da Plutone preso da un raptus di amore, viene sottratta alla madre, che la cerca disperata e portata nell’Ade, nelle viscere della terra, sottoposta alle voglie di un uomo violento e possessivo.

È il fondamento del patriarcato, della violenza come sistema di potere sul mondo, che stabilisce il passaggio da un tempo vissuto in armonia e rigogliosità, governato pacificamente dalla dea madre, al tempo della violenza, della guerra, della sottomissione delle donne.
E il ratto delle Sabine per fondare la nascita della città di Roma, e il rapimento di Elena per giustificare la prima guerra tra Oriente e Occidente? Cos’erano se non la violenza individuale e collettiva di un popolo che per soggiogare gli avversari usa il corpo delle donne, rapendo e violentando mogli e sorelle dei nemici?
Ancora una chicca: nel diritto romano vigeva lo ius osculi, il diritto da parte del maschio di casa di baciare sulla bocca una donna per verificare che non avesse bevuto vino, pericoloso veicolo di alterazione del controllo di sé.
In questo modo è stato plasmato il comportamento e l’immaginario, in modo che gesti violenti e terribili venissero vissuti come gesti d’amore e alla fine, per questo, accettati.
Sono state queste per secoli le regole alle quali le donne sono state assoggettate ed i modelli ai quali venivano invitate ad uniformarsi, considerate proprietà del marito e sotto la sua giurisdizione. Questo ha permesso il perpetrarsi nei secoli di violenze domestiche, abusi, violenze psicologiche ed economiche.
Voglio con questo cancellare secoli di storia? Obliare la nostra splendida arte, letteratura, musica? No, voglio spostare il punto di vista, rileggere tutto con occhi di donna ed aiutare tutte e tutti a rileggere diversamente. Il tempo della sottomissione delle donne è finito.

* del Circolo “La Merlettaia” di Foggia