PARADIGMA CRISANTI

Andrea Crisanti, 22 dicembre 2022. ANSA/ANGELO CARCONI


Padre del modello Vo’, ora (da senatore) incalza la politica sulla gestione pandemica. La solitudine di un uomo che si è trasformato in variante

Luca Roberto

“Il prezzo dell’integrità è la solitudine”, ha detto dopo l’inchiesta di Bergamo. Questa conflittualità racconta molto del personaggio Il Pd, che lo ha candidato alle politiche per decisione di Letta, non gli risponde più al telefono. Lui nel frattempo si è buttato su Schlein Le liti con Luca Zaia in Veneto, il gelo con il virologo Palù, che lo aveva chiamato a Padova. E già nel 2020 diceva: “E’ solo uno zanzarologo” La sua specialità sono le stime sui morti, su cui si basa la perizia di Bergamo. Perplesse le reazioni: “Lavoro colmo di pregiudizi”
Ha detto che l’inchiesta di Bergamo gli ha provato come “il prezzo dell’integrità sia la solitudine”. E quindi non stupisce affatto se di Andrea Crisanti rimanga l’impressione di un uomo solo, disposto a quasi tutto per portare alle estreme risultanze tutte le sue intuizioni. Per rivendicare i propri meriti. Prima nella lotta al virus. Poi per compiere il salto in politica. Adesso pure per ristabilire una verità storica su questi tre anni di pandemia: vaste programme di questa sua nuova veste da scienziato-politico-perito-mediatico pigliatutto, in cui gioca più parti in commedia contemporaneamente. Anche se in questa postura conflittuale, racconta chi lo conosce, c’è molta dell’ambizione del personaggio. Che sembra aver fatto dell’ostracismo altrui un metodo, quasi un paradigma.
C’è stato un tempo in cui Crisanti era solo un tecnico in camice bianco. Forte dizione romana, un poco strascicata, voce nasale, in tv diceva cose come “embè, è nella loggica dei numeri”, o “facendo le debbite proporzioni”. Si limitava a spiegare il suo lavoro di “recinzione” del virus in Veneto. Tamponi, screening a tappeto, una collaborazione encomiabile tra istituzioni sanitarie e politiche. I rapporti con il presidente Luca Zaia erano quotidiani, cordiali. Sapeva persino fare un passo indietro. Partecipando a convegni in cui a un certo punto veniva il momento di parlare di cifre, tradiva una certa apprensione: “I conti non sono esattamente il mio campo”. Eppure sin dalle primissime battute della pandemia non ha rinunciato a propalare le sue stime, il suo benchmark. Di decessi, infezioni, tamponi necessari per arginare il contagio. Ipotizzando chiusure, nuovi lockdown, nelle settimane in cui il suo sottofondo musicale preferito sarebbe stata la canzone di Colapesce che dice “restiamo in casa, l’amore è anche fatto di niente”. Con un tarlo sempre presente per la testa: “Il Covid è la Caporetto della sanità italiana”.
Di lui si è sempre scritto che è il padre del modello Vo’, sebbene sia una tra le oltre quaranta firme tra gli epidemiologi del team di Neil Ferguson all’imperial College di Londra che hanno elaborato lo studio condotto sulla cittadina arrampicata sui colli euganei, finita in zona rossa il 21 febbraio 2020. E poi pubblicato sulla rivista Nature. Epidemiologo, in realtà, Crisanti non lo è neppure, essendo un parassitologo molecolare. Una esperienza accumulata in alcuni decenni a condurre ricerche ed esperimenti sulle zanzare, sulla malaria, in ogni parte del mondo, fino al Burkina Faso. Eppure è la pandemia ad averne cambiato per sempre la dimensione: di certo quella professionale, ma non solo.
Sono passati tre anni e adesso che il virus è in larga parte scomparso dalle nostre preoccupazioni ce lo ritroviamo in un altro ruolo, a vagare un po’ sperso per il Transatlantico, a elogiare e sostenere Elly Schlein come “l’unica in grado di rompere il conformismo” della sinistra italiana. O a spiegare come “il Pd avrebbe dovuto mandare a quel paese l’agenda Draghi: un disoccupato del sud come avrebbe potuto entusiasmarsi per un banchiere e un gruppo competente ma di tecnocrazia finanziaria?”. Ma soprattutto, a interpretare il ruolo del grande accusatore nel processo sulla gestione del Covid imbastito dalla procura di Bergamo. Quello per il quale sono indagati con l’accusa di epidemia colposa, tra gli altri, l’ex premier Giuseppe Conte, l’ex ministro della Salute Roberto Speranza e il presidente della regione Lombardia Attilio Fontana.
Si racconta che da quando la sua perizia di 80 pagine e migliaia di allegati è finita sulla scrivania del procuratore Antonio Chiappani, che gliel’ha richiesta di sua sponte, Crisanti non abbia ricevuto neppure una telefonata dai dem, muovendosi tra i palazzi nel silenzio imbarazzato dei colleghi. Di più: gli è stata appioppata un’addetta stampa che lo marca stretto con il precipuo scopo di evitare che parli a chicchessia. E pensare che il Pd aveva provato a candidarlo già nel 2020, alle suppletive per il seggio di Verona nord, in coalizione col M5s. Per poi decidere di schierarlo alle elezioni politiche, nella circoscrizione estera europea. Su proposta del circolo Pd Londra, in cui il microbiologo ha militato per anni, ma con l’investitura diretta dell’allora segretario Enrico Letta, incuriosito dalla grande visibilità del personaggio.
Col senno di poi, i bisticci avuti con Luca Zaia, sconfinati nelle intercettazioni pubblicate da Report dopo gli esposti presentati in procura sulla gestione dei tamponi rapidi in Veneto, sono stati il primo segnale che sapesse fare opposizione. Alla fine ha preso 36 mila preferenze, riuscendo nel salto che altri colleghi scienziati star della tv come Pier Luigi Lopalco e Fabrizio Pregliasco non sono riusciti a completare. E dopo essere sbarcato a Palazzo Madama cos’ha fatto? Per prima cosa, ha rinunciato all’indennità parlamentare. Secondo chi lo conosce bene, non è stata una scelta monacale. “S’era fatto due conti, come sempre”. Guadagnava di più da direttore del laboratorio di microbiologia e malattie infettive dell’università di Padova. Solo che dall’ateneo padovano, dopo che s’era messo in aspettativa, gli hanno subito sospeso lo stipendio. Lui alla fine ha preferito fare dietrofront, dimettendosi dall’incarico accademico, un anno prima della pensione.
In quel dipartimento ce lo aveva portato il virologo Giorgio Palù, come suo sostituto. Lo stesso che poi è diventato direttore dell’agenzia italiana del farmaco (Aifa). E che già nel 2020, quando ancora Crisanti era fresco dei successi di Vo’ Euganeo, lo etichettava in televisione come uno “zanzarologo” che “negli ultimi dieci anni non ha pubblicato lavori di microbiologia. Ho avuto una certa difficoltà a chiamarlo”. Da quel momento tra i due s’è creato un distacco che fotografa molto bene i confini della geografia partitica dei virologi televisivi: mentre Palù e Bassetti rappresentavano l’ala aperturista, dialogante con la destra, Crisanti insieme a Massimo Galli, Fabrizio Pregliasco, Walter Ricciardi avrebbe potuto fondare il partito: scienza progressista. Anche se, per dire, non è mai stato tenero con il ministro Speranza, accusandolo ripetutamente per la composizione del Comitato tecnico scientifico.
Forse prima di addentrarsi nelle questioni giudiziarie, sarebbe meglio conoscere più nel dettaglio il personaggio per quel che è. Crisanti ufficialmente vive ancora a Padova con la famiglia. A fine gennaio, ospite della trasmissione Un giorno da pecora (in cui è invitato a intervalli regolari) ha raccontato di star cercando casa a Roma, dalle parti del Pantheon. “Voglio spendere pochissimo: mille euro al mese”. Possiede un appartamento che fitta al quinto piano di una palazzina con affaccio sul Colosseo, vista Jep Gambardella nella Grande bellezza. L’elezione al Senato ha rappresentato l’occasione per tornare a frequentare quella città che forse anche per lui, come per il filosofo George Simmel, era “il punto focale di raggi tanto divergenti”, e che aveva lasciato nel 1994. Dopo aver studiato medicina alla Sapienza, ha insegnato a Basilea, in Svizzera, a Heidelberg, in Germania. E soprattutto all’imperial College di Londra, un impiego che sarebbe dovuto durare 2-3 anni e che invece lo ha tenuto lontano dall’italia per più di 20. La moglie Nicoletta Catteruccia l’ha conosciuta in fila all’università. Prima battuta: “Non ho mai preso un 30, perché ho tutti 30 e lode”. Lei è un’anestesista, lavora ancora nella capitale inglese, hanno poco tempo per vedersi. Loro figlio Giulio ha 23 anni, una laurea in fisica a Cambridge e un profilo Instagram infarcito di costellazioni, nebulose, supernova. E’ stato affidato a una sfilza numerosa di baby sitter. La famosa villa palladiana Priuli Custoza, 2.500 metri quadrati d’interno e oltre 10 mila metri quadrati di giardino in provincia di Vicenza, comprata nel 2021 accendendo un mutuo, è costata circa un milione di euro. Ora vorrebbero adibirla a circolo culturale con tanto di corsi per ragazzi. I Crisanti le vacanze le fanno quasi sempre a Sant’ilario in Campo, sull’isola d’elba, con degli amici di famiglia. Andrea cucina bene (pare), soprattutto il pesce. Ma nell’ondata di piena della pandemia capitava che a cucinargli fosse la vicina di casa, Cristina. Vedendolo rincasare tardi gli faceva trovare il piatto sull’uscio dell’appartamento, “spesso cose buonissime”.
Eppure gran parte dell’appetito Crisanti ha dimostrato di averlo per le telecamere. Dal 2020 in poi non ha fatto granché distinzioni: Piazzapulita, Di Martedì, Dalla vostra parte, Carta Bianca, Tagadà, Accordi & Disaccordi. Si è sempre prestato volentieri, “e a titolo gratuito”. Mentre il virus si spargeva lui contro spargeva le sue previsioni in diretta nazionale. A Matteo Salvini che lo aveva accusato di essere un allarmista, una volta ha risposto: “Con voi al governo sarebbero morte 300 mila persone”. Una stima buona per cavarne un titolo, ma che passo dopo passo ha finito con l’insospettire la stessa comunità scientifica. E’ lo stesso metodo utilizzato nella famosa perizia richiestagli dalla procura di Bergamo per portare l’intera politica nazionale sul banco degli imputati. In cui si dice che chiudendo prima la Val Seriana si sarebbero evitati 4.148 morti, non uno di più né uno di meno, una “semplice mappa logica di quanto accaduto”. Il biologo Enrico Bucci sul Foglio ha scritto che in quel documento legale “la scienza non c’entra niente”. Mentre secondo l’epistemologo Gilberto Corbellini, che si è letto tutte le 80 pagine, “sembra uscita dal cappello di un prestigiatore. Un lavoro poco razionale, colmo di pregiudizi”, ha notato sull’huffington Post. Ma che Crisanti volesse prestarsi a un ruolo giudicante della gestione politica del Covid lo si poteva evincere da tempo.
Nel 2021, firmando con il giornalista Michele Mazza il libro Caccia al virus, in una specie di lettera aperta agli italiani scriveva: “La risposta alla pandemia ha sospeso prerogative e diritti di cittadinanza, esasperando il potere di chi si trova al vertice della catena di garanzie e di interventi a cui, giocoforza, dobbiamo affidare la nostra sicurezza. Forse tutto questo era inevitabile, ma non dovrà più accadere che in futuro si paghi il prezzo che abbiamo pagato”. E poi ancora: “Per chi, come medico e scienziato o cronista, si è ritrovato coinvolto in questa storia, diventa ancora più insopportabile assistere a un uso della conoscenza o delle abilità scientifiche per sostenere o proteggere interessi politici o opportunistiche speculazioni o, ancora peggio, per preparare future campagne elettorali”. Qualcosa di molto simile a quanto rivendicato un paio di settimane fa in tv, e cioè che “un errore non vuol dire necessariamente una responsabilità penale” eppure “la gente si aspetta che qualcuno dica: sì, abbiamo sbagliato”.
Quel riferimento “al potere”, “ai potenti”, non è affatto una novità per Crisanti. Dopo aver ascoltato le intercettazioni diffuse da Report in cui il governatore del Veneto Luca Zaia diceva, riferendosi a lui, “lo stiamo portando a sbattere”, sottolineò: “Queste intercettazioni sono rilevanti per me e per i veneti. Perché mostrano la vera faccia del potere”. Una tendenza piuttosto protratta alla contrapposizione tra popolo ed élite, quasi grillina. La stessa che quando lo accusano di aver lavorato per delle multinazionali lo fa sobbalzare dalla sedia: “Mi dica quali altrimenti la querelo!”, ha risposto al condirettore di Libero Pietro Senaldi durante una lite televisiva.
In questi anni si è prestato persino, crediamo inconsciamente, alla propaganda No vax. Ha ricordato in più occasioni che quelli contro il Covid fossero vaccini sperimentali. Ha detto che non si sarebbe vaccinato fino a che non avrebbe visto dei dati ufficiali (ma non funziona sempre così?). Ha rilasciato, quantomeno in modo un po’ naif, interviste alla Verità che poi faceva titoli come Crisanti: “Muoiono più i vaccinati dei non vaccinati”. Ha accusato le “speculazioni in borsa” delle case farmaceutiche. Dimenticandosi delle risorse private ottenute negli anni per le sue ricerche sulle zanzare Ogm, finanziate tra gli altri dalla Bill Gates Foundation. Nella secca e inscalfibile convinzione che i soldi privati puzzino e quelli pubblici siano sempre limpidi. Aldo Grasso ha scritto sul Corriere della Sera che tra le tante fatalità del Covid c’è anche questa: senza il virus Crisanti non sarebbe mai stato eletto senatore. E forse, quindi, la vera commissione d’inchiesta da istituire dovrebbe indagare gli assi cardinali del paradigma Crisanti, il suo modello di successo. A tre anni di distanza dall’irruzione del virus nelle nostre vite, è lo scienziato che meglio è sopravvissuto alla fase 1, alla fase 2, alla fase 3, ai confinamenti, ai coprifuoco, alle riaperture, al rimbalzo economico, al rischio quarte e quinte ondate. E ora pure all’accertamento delle responsabilità di quella stagione straziante. E’ la vera variante di questa pandemia di cui, lui ne è sempre stato certo, “non ci libereremo mai”. Viene quasi il dubbio fosse un auspicio.