Minori ostaggio dei social, la legge resta ferma: il Parlamento non trova l’intesa sui controlli dell’età


Diverse proposte chiedono di innalzare le soglie di accesso e responsabilizzare le piattaforme. Il vero ostacolo è la verifica anagrafica: proteggere i ragazzi senza trasformare Internet in un sistema di sorveglianza

La politica italiana riconosce da tempo la necessità di proteggere bambini e adolescenti dai rischi dei social network. Eppure i progetti di legge presentati in Parlamento rimangono bloccati nelle commissioni, frenati dalle differenze sulle soglie anagrafiche e, soprattutto, dalla difficoltà di introdurre un sistema di verifica dell’età realmente efficace e rispettoso della privacy.

Il ritardo appare sempre meno giustificabile. I social rappresentano ormai uno degli ambienti principali nei quali i ragazzi costruiscono relazioni, ricevono informazioni e sviluppano la propria identità. Sono però anche luoghi nei quali possono essere esposti a cyberbullismo, contenuti violenti, disturbi alimentari, adescamento, dipendenza digitale e meccanismi di profilazione commerciale.

Il dibattito non riguarda dunque una semplice limitazione dell’uso degli smartphone. Riguarda la capacità dello Stato di garantire nel mondo digitale gli stessi livelli di protezione riconosciuti ai minori nella vita reale.

Cosa prevede oggi la normativa

È necessario chiarire un punto spesso presentato in maniera imprecisa. La legge italiana non stabilisce propriamente che a 14 anni si acquisisca un diritto generale e incondizionato ad aprire un profilo social.

La soglia dei 14 anni riguarda principalmente il consenso al trattamento dei dati personali nell’ambito dei servizi digitali. Chi ha compiuto 14 anni può esprimere autonomamente tale consenso; per chi è più giovane è necessario l’intervento di chi esercita la responsabilità genitoriale.

Questa disciplina si intreccia con le condizioni contrattuali stabilite dalle singole piattaforme, molte delle quali fissano a 13 anni l’età minima per l’iscrizione. Nella pratica, tuttavia, il controllo consiste quasi sempre nell’inserimento di una data di nascita, facilmente falsificabile.

Il risultato è che numerosi bambini accedono ai social molto prima dell’età prevista, spesso senza un’effettiva consapevolezza dei rischi e senza una supervisione adeguata.

Il testo Mennuni-Madia: accesso dai 15 anni

Il principale testo all’esame del Parlamento è il disegno di legge bipartisan promosso dalla senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni e dalla deputata del Partito democratico Marianna Madia.

La proposta prevede che l’attivazione di account sui social network e sulle piattaforme di condivisione video sia consentita soltanto dopo il compimento dei 15 anni. Introduce inoltre sistemi di controllo parentale e ulteriori protezioni per i minori esposti online.

Il progetto parte da un principio: l’accesso al digitale dovrebbe avvenire progressivamente, con strumenti e funzioni differenti in base all’età. Non un divieto indistinto di utilizzare la tecnologia, dunque, ma un percorso che tenga conto della maturità del ragazzo e della pericolosità dei diversi servizi.

Il testo propone anche una maggiore responsabilizzazione dei fornitori. Non dovrebbe più essere sufficiente chiedere all’utente di dichiarare la propria data di nascita: le piattaforme sarebbero chiamate ad adottare meccanismi capaci di verificare l’età e di dimostrare l’effettività dei controlli.

Nonostante una convergenza politica sulla soglia dei 15 anni, l’esame parlamentare non ha ancora prodotto una disciplina definitiva. Il seguito dei lavori in commissione è stato rinviato. Senato della Repubblica⁠�

La proposta Carfagna: divieto assoluto sotto i 13 anni

Un’impostazione differente è contenuta nella proposta presentata da Mara Carfagna. Il testo stabilisce un divieto assoluto di iscrizione ai social per i minori di 13 anni, mentre per la fascia compresa tra 13 e 16 anni prevede account specificamente configurati per gli adolescenti.

Questi profili dovrebbero essere caratterizzati da maggiori limitazioni, protezioni automatiche e divieti di profilazione pubblicitaria. L’obiettivo è impedire che i dati e le fragilità dei minorenni vengano utilizzati per costruire pubblicità personalizzate o sistemi capaci di aumentarne artificialmente il tempo di permanenza online.

La proposta sceglie quindi di non rinviare eccessivamente l’accesso ai social, ma di creare un ambiente digitale differenziato e più sicuro per gli adolescenti.

Resta da capire quanto questi profili protetti possano funzionare senza un sistema attendibile di verifica dell’età. Se la piattaforma non è in grado di accertare chi abbia davanti, anche le migliori garanzie rischiano di rimanere soltanto formali.

Giorgia Latini: consenso dei genitori fino ai 18 anni

Più restrittiva è la proposta della deputata della Lega Giorgia Latini. Il testo prevede il divieto di accesso ai social sotto i 15 anni e subordina l’iscrizione degli utenti tra 15 e 18 anni a un consenso genitoriale verificabile.

Non basterebbe quindi selezionare una casella o inserire un indirizzo elettronico. L’autorizzazione dovrebbe provenire effettivamente dal genitore o dal tutore, attraverso un’identificazione attendibile.

La proposta attribuisce alla famiglia un ruolo centrale fino alla maggiore età. Questa impostazione incontra però alcune obiezioni: il consenso formale dei genitori potrebbe non corrispondere a un’autentica educazione digitale, mentre un controllo troppo invasivo rischierebbe di comprimere progressivamente l’autonomia dell’adolescente.

La questione non può essere risolta affidando ogni responsabilità alle famiglie. Molti genitori non possiedono le competenze necessarie per comprendere algoritmi, sistemi di profilazione e modalità di raccolta dei dati. Altri non hanno il tempo o gli strumenti per seguire costantemente l’attività online dei figli.

Multe fino al 6% del fatturato

Le diverse proposte assegnano all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni un ruolo centrale nella vigilanza. L’Agcom dovrebbe definire standard tecnici, controllare il rispetto degli obblighi e intervenire contro le piattaforme inadempienti.

Nell’ipotesi più severa, le sanzioni potrebbero raggiungere il 6% del fatturato annuo del fornitore di servizi digitali. È prevista anche la possibilità di oscurare, nei casi più gravi, le piattaforme che rifiutino sistematicamente di adeguarsi.

Un tetto parametrato al fatturato è indispensabile per rendere credibile la disciplina. Una multa di importo fisso e contenuto avrebbe infatti un effetto quasi irrilevante su gruppi tecnologici che realizzano ricavi per decine o centinaia di miliardi.

La sanzione, tuttavia, deve essere accompagnata da obblighi chiari e tecnicamente applicabili. Le aziende devono sapere quali controlli adottare, quali dati possano raccogliere, per quanto tempo conservarli e come dimostrare la conformità alla legge.

Il vero nodo: come verificare l’età

Il principale ostacolo all’approvazione della legge è la verifica anagrafica. Le soluzioni ipotizzate comprendono l’utilizzo dello Spid, della carta d’identità elettronica o del portafoglio digitale nazionale.

Questi strumenti potrebbero certificare che una persona ha superato una determinata soglia senza comunicare alla piattaforma tutti i suoi dati. Ma il sistema dovrebbe essere progettato in modo da non consentire il tracciamento delle abitudini di navigazione e da non creare archivi centralizzati delle attività online.

Chiedere un documento per ogni servizio digitale potrebbe infatti produrre conseguenze molto serie sulla privacy. Una misura nata per proteggere i minori rischierebbe di trasformarsi in un sistema di identificazione generalizzata di tutti gli utenti.

La soluzione più equilibrata potrebbe essere un meccanismo di certificazione anonima dell’età: un soggetto affidabile verifica l’identità della persona e comunica alla piattaforma soltanto l’informazione necessaria — per esempio, che l’utente ha più di 15 anni — senza trasmettere nome, data di nascita o numero del documento.

Servono inoltre alternative per chi non possiede Spid o carta d’identità elettronica e garanzie contro l’esclusione digitale delle famiglie più fragili.

Non basta vietare: occorre cambiare le piattaforme

Il dibattito politico rischia di concentrarsi esclusivamente sull’età minima, trascurando il modo in cui i social vengono progettati.

Scroll infinito, riproduzione automatica dei video, notifiche continue, sistemi di ricompensa e algoritmi basati sull’engagement sono concepiti per trattenere l’utente il più a lungo possibile. Questi meccanismi possono risultare particolarmente invasivi per bambini e adolescenti.

Una legislazione efficace dovrebbe imporre ai fornitori di attivare automaticamente, per i minorenni:

profili privati;

blocco della geolocalizzazione;

divieto di pubblicità personalizzata;

limitazione dei messaggi provenienti da adulti sconosciuti;

disattivazione delle notifiche nelle ore notturne;

esclusione dalla raccomandazione di contenuti violenti o autolesionistici;

strumenti semplici per segnalare abusi e chiedere assistenza.

La responsabilità non può ricadere unicamente sul ragazzo o sui genitori. Chi progetta e gestisce il servizio deve rispondere delle scelte tecnologiche che possono incidere sullo sviluppo e sulla salute degli utenti più giovani.

Un ritardo che il Parlamento deve superare

La pluralità delle proposte dimostra che una sensibilità politica esiste. Manca però la capacità di trasformarla in una legge condivisa e applicabile.

La protezione dei minori non dovrebbe diventare terreno di contrapposizione ideologica. Governo e opposizioni possono trovare un punto di equilibrio su tre principi essenziali: soglia minima certa, verifica dell’età rispettosa della privacy e responsabilità effettiva delle piattaforme.

Il Parlamento dovrà riprendere l’esame dei provvedimenti dopo la pausa estiva. Continuare a rinviare significherebbe lasciare l’educazione e la sicurezza digitale dei ragazzi nelle mani delle condizioni contrattuali decise unilateralmente dalle multinazionali tecnologiche.

I social non sono uno spazio senza regole. Ma le norme attuali, fondate in larga parte sull’autodichiarazione dell’età, non sono più sufficienti. Proteggere i ragazzi online non significa escluderli dalla tecnologia: significa impedire che vengano trattati come consumatori adulti e trasformati, fin dall’infanzia, in dati da raccogliere e attenzione da vendere.