Lucia Pisapia


 

 

Lucia Pisapia fu una Mamma amorevole e speciale, non solo per i due figli che ebbe dal marito Carlo Apicella, sposato nel 1912, ma anche per gli oltre 700 ragazzi di nazionalità diverse che, a partire dal 1943, iniziò ad adottare come figli propri, con una particolarità importante però: erano tutti morti!

Dopo lo sbarco degli Alleati sulla spiaggia di Salerno l’8 settembre del 1943 ed i feroci scontri che a ciò seguirono specialmente nella campagna e sulle alture attorno alla cittadina di Cava de’ Tirreni fra questi ultimi ed i Tedeschi della divisione “Hermann Göring” in ritirata verso nord, centinaia di cadaveri giacevano insepolti ai lati delle strade e nei campi.

La gente del luogo aveva altro cui pensare, come pure le Autorità cittadine, alle prese col già non facile compito di badare e dar da mangiare ai vivi, coi pochi mezzi allora a disposizione.

Tuttavia Lucia, che a Cava era nata il 18 novembre del 1887, era testarda di carattere, tanto che i genitori da ragazzina l’avevano soprannominata “la briganta” per la sua abitudine di recarsi quotidianamente presso l’ospedale cittadino per portare conforto ed assistere i malati, specialmente i moribondi, anche disubbidendo ai familiari che temevano che, così facendo, si sarebbe buscata qualche malattia.

Lei però che, pur avendo studiato solo fino alla terza elementare, era animata da viva intelligenza e sincero fervore religioso, era rimasta sconvolta dalla vista di un gruppo di ragazzini che giocavano a calcio col teschio disseppellito di un soldato, tanto che nel sonno ebbe la visione di un campo con otto croci ed altrettanti giovani soldati che, piangendo, l’imploravano di riaccompagnarli dalle loro madri.

Da quel momento, Mamma Lucia si consacrò alla missione di ritrovare e ricomporre, dando loro un nome per poi restituirli alle famiglie, i tantissimi cadaveri di soldati affioranti qua e là nelle campagne o sulle colline attorno a Cava.

Così il 16 luglio del 1946, ottenuto il permesso dal sindaco, Mamma Lucia si mise all’opera inizialmente aiutata da due becchini che però, poco dopo, rinunciarono all’incarico per paura dei troppi ordigni bellici inesplosi che spesso si rinvenivano accanto ai resti umani.

Poi da sola, sebbene generalmente guardata a vista da una folla di curiosi sempre a distanza di sicurezza, arrampicandosi su per sentieri montuosi o facendosi finanche calare in dirupi, col tempo ritrovò oltre 700 salme, ricomponendole in cassettine di zinco pagate coi suoi risparmi e raccolte nella piccola Chiesa di San Giacomo, a Cava.

Tedeschi, americani, polacchi, marocchini… nulla importava della loro nazionalità, perché quei figli avevano tutti una mamma e così, in attesa di riportarli a quella naturale, era Lucia Pisapia Apicella a vegliare e pregare amorevolmente su di loro, facendone le veci.

La sua attività, tanto incessante quanto silenziosa e discreta, fu presto scoperta dalla stampa locale e finanche internazionale, in special modo tedesca.

Così nel 1951 “Mama Luzia”, altresì detta “die Mutter der Toten” (“la Madre dei Morti”), in occasione di una viaggio in Germania durante il quale avrebbe riconsegnato alla famiglia Wagner i resti del figlio caduto, un caporale ventiduenne, provando quella che lei stessa definì “l’esperienza più dolorosa di tutta la vita”, sarebbe stata insignita della massima onorificenza della Repubblica Federale Tedesca: la “Gran Croce al Merito”.

Riconoscimenti simili le sarebbero giunti da Papa Pio XII e dal Presidente Giovanni Gronchi, nel 1959.

Gli ultimi decenni della sua lunghissima vita li avrebbe trascorsi, conservando sempre un’invidiabile lucidità sino a quando spirò il 27 agosto del 1982, prendendosi cura della “sua” Chiesetta di San Giacomo e testimoniando alle giovani generazioni gli orrori della guerra.

(Testo di Anselmo Pagani)