Le sirene dei social che attirano i giovanissimi migranti in Italia


AGI – Sono sempre più giovani, appena 13enni talvolta, e, a spingerli a partire, la diffusione sempre più capillare dei social network. Sono i minori stranieri non accompagnati che arrivano in Italia, un numero in costante crescita a Genova, secondo quanto spiega all’AGI, Mario Baroni, consigliere delegato alle politiche sociali del Comune.

“Attualmente abbiamo 327 minori stranieri non accompagnati presi in carico, un numero enorme rispetto al passato. Alcuni sono in comunità, altri in albergo. Qui a Genova abbiamo 183 posti, tutti pieni a oggi, che ovviamente non sono sufficienti. Un’ottantina di minori è attualmente in albergo e stiamo studiando un piano d’intervento per far fronte a questa situazione”.

Gli hotel in cui questi ragazzini vengono sistemati sono strutture spesso ‘alla buona’, dove sostare in attesa di qualcosa di meglio, di un posto in comunità. In alternativa c’è la strada.

Enrico Costa è presidente del Ceis, Centro solidarietà Genova onlus, una delle realtà che – tra le sue attività – accoglie su mandato del Comune questi ragazzi, partiti principalmente da Egitto, Tunisia, Albania, ma anche Somalia, Congo, Siria, Afghanistan.

È Costa che racconta all’AGI come l’immigrazione di minorenni in Italia sia cambiata e cresciuta, fino a rendere insufficienti le attuali risorse disponibili per affrontare il fenomeno: “Fino a qualche anno fa avevamo più a che fare con l’emergenza del profugo che scappa dalla guerra, da una tragedia, dalla violenza politica o religiosa della sua terra natia. Oggi ci interfacciamo più spesso con quello che cinicamente viene chiamato ‘migrante economico’, ovvero semplicemente un essere umano che, vivendo in condizioni di estrema povertà, privato dei mezzi necessari per condurre una vita dignitosa, ambisce legittimamente a un’esistenza migliore. Il vero cambiamento, in questo contesto, lo ha reso possibile internet: la costante diffusione in tempo reale d’immagini di ricchezza e opportunità di altri Paesi come l’Italia, la Germania, la Francia, la Gran Bretagna, ma anche la possibilità di comunicare con chi è già partito, ha infuso a molti ragazzi, specie negli ultimi 5 anni, la giusta dose di coraggio per lasciare tutto e partire. Vi è maggior organizzazione: col passaparola della ‘rete’ sanno dove andare, hanno i contatti. La comunicazione social ha permesso di creare una rete di accoglienza con cui si interfacciano ancor prima di quella istituzionale. Ma non per questo emigrare e’ diventato un processo semplice”.

Questo fenomeno ha fatto sì che aumentasse il numero dei migranti giovanissimi, tanto che “su 1000 che arrivano, oggi il 20% sono minori” spiega Costa, ma anche che l’età si abbassasse notevolmente: “Partono già a 12, 13 anni. Ci pensa? Io a 13 anni ero un bamboccio, mentre loro – osserva il presidente del Ceis – sono già piccoli uomini che hanno preso una delle decisioni più importanti della loro vita. Hanno lasciato tutto: casa, famiglia, giochi, piatti preferiti, amici”.

Il Ceis ha alcune strutture a Genova dove questi ragazzi vengono accolti: una è il centro “Galata”, con 20 posti, tutti pieni a oggi. Entrando, si attraversa un lungo corridoio con le pareti piene di foto di ragazzini che hanno trovato rifugio lì: facce sorridenti o ‘da duro’ di adolescenti partiti da mezzo mondo, intenti a farsi scherzi, a giocare a calcio, a cucinare, a oziare sul divano, a ridere, a fare i compiti, a montare l’albero di Natale, a festeggiare un compleanno. Ragazzini come tutti gli altri, ma con un bagaglio diverso dai coetanei italiani: “Prendiamo come esempio i ragazzini egiziani che, una volta lasciata la loro casa, hanno intrapreso un viaggio durante il quale hanno visto di tutto – spiega Roberto Buzzi, responsabile della struttura – Parliamo di viaggi che durano sei-sette mesi: quando arrivano qui, questi ragazzini sono esausti. Noi siamo comunità di seconda accoglienza, quindi prima passano attraverso altre strutture che rappresentano una ‘prima linea sul fronte’. Una volta da noi, comincia il vero percorso d’integrazione e costruzione del loro futuro”.

Ma qual e’ la prima cosa che fanno una volta messo piede in un luogo che, per un periodo più lungo di uno o due mesi, sarà la loro casa? “All’inizio dormono tanto, tantissimo. Sono spossati. Poi, recuperate le energie, cominciano ad andare a scuola”, dice Buzzi. Ma non è certo un passaggio semplice. Sono infatti due i grossi ostacoli da superare: l’alfabetizzazione e la conquista della loro fiducia.

Una volta in Italia, i migranti minori non accompagnati, “cercano riparo per tornare a respirare, per riprendersi – dice il responsabile del centro Galata – Hanno alle spalle situazioni di famiglie povere, economicamente instabili. Ci sono traumi sociali d’origine che i ragazzini si portano qui, come un pesante bagaglio – dice Buzzi – Per esempio i giovanissimi tunisini hanno problematicità comportamentali maggiori: sono più riottosi, sfuggono al legame, è qualcosa che va oltre l’aggressività dell’adolescente. Chi accoglie non viene visto da loro come il referente con cui creare una relazione, ma uno sconosciuto qualunque di passaggio da un luogo a un altro”.

Interagire non è facile, sottolinea Buzzi, anche perché spesso il “sistema” istituzionale di accoglienza si accontenta solo di “sistemare” appunto le persone con un tetto sulla testa e un pasto agli orari stabiliti: “degli esiti non importa quasi a nessuno”. Con i suoi mezzi, il Ceis cerca proprio di contrastare questo aspetto: “Qui al Ceis tutto nasce da una donna, mia madre – spiega Enrico Costa, ricordando la fondatrice del Centro, Bianca Costa – Questa impronta di accoglienza, tipica della figura materna, è ovunque: nell’alimentazione dei ragazzi, nella pulizia delle strutture. Inoltre Genova la solidarietà l’ha sempre interpretata in una maniera “imprenditoriale”: non carità fine a se’ stessa, non elemosina.

Aiutare qualcuno qui significa non disperdere il valore di nessuno, a maggior ragione di ragazzi così giovani. Ecco perché – prosegue – i minori che arrivano da noi non vengono solo accolti, ma viene costruito un progetto con loro (d’inserimento educativo, sociale, scolastico) per creare un futuro.

Ogni ragazzo ha la sua propensione, la sua vocazione: noi lavoriamo per fargli trovare questa ‘missione’. Per Buzzi, il Galata è una “problem solving house”: “Qui i ragazzi hanno un pacchetto completo dove ricevono quel che serve per gestire il passaggio alla maggiore età”.

I minori hanno la loro camera: ci sono i poster, le bandiere dei paesi di provenienza, il disordine tipico della stanza di un adolescente, le scarpe da ginnastica buttate in un angolo, l’armadio con gli adesivi, le foto degli amici. Le stanze sono da due, massimo da tre. Sulla porta c’è il nome di chi occupa la camera. Poi ci sono gli spazi condivisi: la sala in cui si mangia, la sala relax con la tv, qualche attrezzo da palestra, il calcio balilla, lo stereo.

Un profumo di pasta al forno ci guida fino alla cucina, più in là c’è il bagno, la lavanderia. Fuori da quelle mura che sanno di casa, si affaccia però la città straniera, la scuola: non sono solo luoghi fisici, ma sfide di vita per i giovanissimi: “Quasi tutti non solo non conoscono la lingua italiana, ma sono analfabeti. Alcuni hanno come unico punto di riferimento il dialetto tribale – spiega Buzzi – Quindi entrano nell’unico percorso possibile: centri per l’istruzione degli adulti, con orari scolastici mattutini e talvolta pomeridiani. Con la pandemia e la dad che si faceva soprattutto attraverso i cellulari, è stato assai complesso, tanto che moltissimi ragazzi hanno lasciato perdere”.

Sapere la lingua e stare lontano dai guai con la legge sono le due chance che devono giocarsi per rimanere in Italia, ambire a un colloquio di lavoro, gestire un’occupazione, trovare una sistemazione. Un percorso lineare, senza grosse velleità: “L’aspirazione di questi ragazzi è molto pragmatica: avere un lavoro. Qualsiasi opportunità venga loro offerta – sottolinea Buzzi – va bene. Qui a Genova, per quelli che restano, c’è la ristorazione, cucina o sala. Qualcuno, pochissimi fortunati, si iscrivono alla scuola alberghiera”. Per Costa, presidente Ceis, ci troviamo di fronte a ragazzini “estremamente coraggiosi, dotati di una grinta notevole. Ecco perche’ abbiamo l’enorme responsabilita’ di canalizzare e non cancellare i loro talenti”.

Il rischio di perdere questi ragazzi è però oggi altissimo, dice Costa: “Anche se tredicenni, hanno una fortissima fame di soldi: vogliono mandare denaro a casa, anche perché spesso i genitori li hanno spinti, o costretti, a partire proprio per questo. Se si mischia questa fame all’ostacolo della incomunicabilità iniziale, il giovane viene naturalmente spinto tra le braccia di qualcosa di più comodo e veloce come l’illegalità: spaccio e piccola criminalità rappresentano l’Eldorado su cui mangiare e un regalo, purtroppo, per le associazioni criminali”.

Ecco perché non ci si può permettere di ‘parcheggiare’ questi ragazzini in albergo: “Su questo fronte devo a malincuore muovere una critica – dice Costa – L’impianto organizzato dal comune rispetto al bisogno è stato sempre alla rincorsa, tremendamente insufficiente. Vergognosamente molti ragazzi sono stati ospitati in albergo per tantissimo tempo, mesi o anche anni: è il tipo di accoglienza che non serve – sottolinea – Anche oggi di ragazzi in albergo ce ne sono decine. L’aver a che fare con numeri così in crescita e con ragazzi sempre più piccoli, esige invece un ripensamento dell’accoglienza. Per esempio, il tempo dei servizi sociali del comune dedicato a questi minori è sempre lo stesso da anni, mentre andrebbe adattato al mutare delle esigenze: è una debolezza tremenda che fa perdere questi ragazzi. Poi la società ne paga il prezzo. Se si limita la loro accoglienza al mero assistenzialismo, i giovani si sganciano. La parte educativa, l’accompagnamento, vanno rafforzati. Non è un problema che si risolve solo coi soldi, ma con la volontà di vedere quei giovani come risorse. Questi ragazzi sono il futuro: se li lasci perdere li troverai tutti a delinquere. Guardiamo al centro storico di Genova, ad esempio: è pieno di minori che aiutano lo spaccio. Perché? Perchè non erano seguiti, non per loro c’era posto”.

È la fiducia la chiave per non perderli: ecco perché la comunità ha numeri piccoli. “Avere a che fare con un massimo di 20 persone crea l’opportunità di seguirli al meglio, di comunicare – dice Costa – Ma prima ancora la fiducia si crea con un letto in ordine, un pasto buono, con il calcio balilla, con il ricordarsi che sono ragazzini ed è necessario farli giocare, accompagnarli dove devono andare. L’idea che qualcuno stia pensando a loro, quello sì che crea fiducia”.

E poi c’è la cucina. Quel luogo caldo dove si mescolano sapori italiani contaminati da cibi di altre parti del mondo: “È il luogo centrale della comunità – spiega Buzzi – un laboratorio, un luogo di relazione: carpiamo più informazioni in cucina che in un colloquio formale. Talvolta ci raccontano delle loro famiglie, dei loro problemi, delle crisi. Qualcuno si fidanza qui in Italia, perché come ogni adolescente che si rispetta, esce, si diverte interagisce. Ci mostrano le foto di queste ragazze, talvolta ce le presentano. Spesso hanno storie lunghe. Sono comunque legami”.

La cucina è il veicolo dei primi approcci, non solo con l’operatore del centro (qui al Galata sono impiegati 5 operatori, ndr), ma anche con il Paese in cui si è arrivati. Ed è terreno di confronto, ma anche di scontro talvolta. “Al Galata ci adattiamo abbastanza bene alle esigenze dei ragazzi perché abbiamo una cucina interna – osserva Buzzi – Ma le comunità con il pasto veicolato hanno talvolta vissuto situazioni tremende, con scontri violentissimi”.

Gli operatori del Galata non hanno mai sperimentato aggressioni fisiche a oggi, mentre di quelle verbali ne hanno sentite. L’ambiente familiare però aiuta a distendere i toni, anche se le occasioni di conflittualità non mancano: dal cibo, alla religione, dall’impossibilità di comunicare per difficoltà linguistiche, al dover rispettare spazi e regole condivise.

“Ma ci sono comunità che hanno dovuto ricorrere alle guardie giurate e questo non ha fatto altro che aumentare lo stato di tensione”, osserva il responsabile del Galata. Ecco perché la necessit di creare fiducia, di dar loro spazi adeguati, di seguirli: “La maggior parte dei ragazzi seguiti qui ha ottenuto il permesso di soggiorno: sono riusciti a imboccare un percorso lavorativo o scolastico. Oggi però il tasso di coloro che perdiamo a favore della delinquenza è cresciuto. Più arrivi, insieme all’incapacità di accoglierli adeguatamente, hanno creato più delinquenza” spiega Costa.

Ma la soluzione non è certo quella di chiudersi entro i confini del proprio Paese: “Non si possono bloccare i porti – dice – la gente partirà sempre e, se non lo fa da una parte, sarà dall’altra. Ragionare così è come guardare un colabrodo: tappi un buco ed esce dall’altro. Tappi i Balcani e arrivano dalla Grecia, tappi la Libia e arrivano dalla Tunisia. L’obiettivo vero invece deve essere dare una chance a questi ragazzi che arrivano, dar loro dignità e magari, laddove si può, permettere loro di tornare al Paese d’origine a testa alta, con un bagaglio di formazione che è utile anche al luogo da dove provengono”.

In questo percorso Agi incontra un giovane egiziano, M. È da 9 mesi in Italia, da 5 al Galata. Per parlargli, chiede di essere chiamato “Billy”. Il suo italiano zoppica, ma si fa capire e comprende le domande. Indossa una felpa con disegnato sopra un grosso hamburger – il suo piatto preferito – e tra poco compirà 18 anni. Adora il calcio, ascolta il rapper “Baby gang”, balla e canta. Di lui dicono che faccia un risotto allo zafferano da leccarsi i baffi. Sorride fiero e conferma, quando glielo chiediamo. Della sua terra d’origine e del suo lungo viaggio verso l’Italia non vuole parlare. Chiude il discorso con un gesto della mano, come a cancellare un ricordo brutto e aggiunge: “Lì non c’è niente, fa tutto schifo”. Il suo sogno, però, vuole farcelo sapere: “Voglio un lavoro. Voglio essere un uomo con un lavoro. Lavorare è l’unico sogno che ho”.

Source: agi