Le piccole imprese devono scomparire?


di Xavier Mancoso

La pandemia ha allargato il solco delle diseguaglianze. È cresciuto il divario tra i garantiti e i non garantiti, con da una parte coloro che hanno un lavoro dipendente stabile e i pensionati e dall’altra precari, lavoratori autonomi, artigiani, esercenti del piccolo commercio, i titolari di imprese familiari. Anche i professionisti e i piccoli imprenditori si dibattono ormai in difficoltà sempre crescenti.

D’altronde anche per i contratti a tempo indeterminato, alla scadenza del blocco (30 giugno) si prevede un’ondata di licenziamenti che porterebbe il numero complessivo dei disoccupati, cioè di coloro che il lavoro, stabile o precario, l’hanno perso,  attorno al milione; né sarà facile trovare loro una ricollocazione.  

Sta di fatto che il tessuto connettivo dell’economia  nazionale è composto in gran parte da medie, piccole e micro imprese e questo è un grande patrimonio italiano, una realtà che oggi va salvata per ragioni di giustizia sociale e di carattere etico.

Ma non bisogna farsi illusioni: la presenza di troppe micro imprese non si concilia con le esigenze di competitività globale alla quale punta la filosofia del Recovery Plan, centrata sul salto tecnologico, più o meno “green”, che comporta una selezione spietata dei soggetti operanti sul mercato.

La logica della selezione sta alla base anche delle normative bancarie europee, sempre più stringenti, e l’ex banchiere Mario Draghi, nuovo presidente del Consiglio, è stato molto chiaro nelle sue dichiarazioni in Parlamento al momento di chiedere la fiducia all’esecutivo da lui presieduto: “Il governo – ha detto Draghi – dovrà proteggere tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le  attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi.”.

Più chiaro di così! Il “piccolo è bello” appartiene al passato e l’avvenire di una miriade di attività autonome è appeso a quell’avverbio: “indifferentemente”. E bisognerà capirecosa Draghi intende esattamente per “accompagnare nel cambiamento” che, a giudicare dal contenuto del decreto Sostegni, sa tanto di accompagnamento alla porta d’uscita dal sistema produttivo.

Un sistema produttivo, quello italiano, che è fermo almeno da tre decenni, il capitale privato ha difficoltà a reinvestire negli apparati introducendovi innovazione tecnologica, così come stenta a investire in capitale umano e conoscenza.

Sulla debolezza della dinamica degli investimenti pesa l’incapacità dello Stato di guidare i processi di innovazione tecnologica e di ammodernamento degli apparati produttivi attraverso una seria e lungimirante programmazione. Così come è mancata la capacità dei governi di investire in  ricerca pubblica e incentivare quella privata. Non si è saputo né voluto correggere la tendenza a dirottare gli investimenti privati verso gli impieghi finanziari con l’abbandono di quelli produttivi.

Manca totalmente il ruolo dello Stato nel favorire il trasferimento dei processi di innovazione tecnologica, di stabilire una sinergia tra Università, enti di ricerca eimprese.

Il programma “industria 4.0”, impostato a suo tempo dal ministro Calenda, si basava su incentivi fiscali sotto forma di crediti di imposta per gli investimenti in nuovi macchinari o risorse informatiche ad alto contenuto tecnologico. Tuttavia quest’esperienza non ha dato risultati uniformi sul territorio e, in generale, sono poche le imprese che vi hanno fatto ricorso, in grande prevalenza al Nord (e sono queste le imprese che contribuiscono a rendere positivo il saldo della nostra bilancia commerciale).

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, per l’allocazione ottimale delle risorse del Next Generation Eu, dovrebbe rilanciare ed ampliare il concetto di industria 4.0.

Ma la realtà della dimensione media piuttosto ridotta delle nostre attività economiche che rende difficile il salto tecnologico non può comportare l’abbandono a se stesse di milioni di piccole attività, non può significare la stroncatura di tante vite in preda all’usura delle banche e della criminalità organizzata.

Oggi gli autonomi sono più deboli dei lavoratori dipendenti con contratto stabile, anche rispetto alle tutele sociali. E i partiti politici che si autodefiniscono “di sinistra” non possono non avvertire che la difesa dei piccoli imprenditori, degli autonomi, delle partite Iva, dei professionisti è una battaglia, forse oggi la principale, in difesa del lavoro e dell’equità sociale.