La decadenza istituzionale: quando il disprezzo per le donne diventa programma politico


Di Angioletta Massimino

C’è un punto oltre il quale la pazienza non è più virtù ma complicità. E quel punto, in Italia, è stato superato da tempo. Le frasi pronunciate da Tajani e Vannacci non sono scivoloni, non sono leggerezze, non sono “momenti infelici”: sono la manifestazione esplicita di una cultura politica che considera le donne un ornamento, un oggetto, un bersaglio. Una cultura che non merita rispetto, non merita spazio, non merita rappresentanza.

Si potrebbe ignorarli, certo. Si potrebbe pensare che non valga la pena rispondere a chi riduce la dignità femminile a un centimetro di stoffa. Ma quei video continuano a circolare, a essere rilanciati, normalizzati, applauditi da chi scambia la volgarità per spontaneità. E quando la volgarità diventa routine, il silenzio diventa assenso.

La nausea, a un certo punto, smette di essere emotiva e diventa politica.

Perché qui non si discute di stile comunicativo: si discute di potere.

Tajani sostiene che la serietà di una donna dipenda dalla lunghezza della gonna. Una visione che appartiene a un passato che dovrebbe essere archiviato, e invece viene riproposta da un vicepremier come se fosse un criterio di valutazione legittimo. La Presidente del Consiglio liquida tutto con un’alzata di spalle, definendo la frase “una battuta”. Una battuta??

Come se il corpo femminile fosse un accessorio su cui gli uomini al governo possono esercitare il proprio giudizio, la propria ironia, la propria superiorità.

Poi arriva Vannacci, che non si limita a confermare il problema: lo amplifica. “A me le donne piacciono senza gonna.”

Qui non c’è più politica. Qui c’è solo possesso. C’è solo la trasformazione del dibattito pubblico in un palcoscenico di desideri maschili. C’è la riduzione della donna a un oggetto disponibile, valutabile, manipolabile.

Un europarlamentare che parla così non si rivolge alle donne: si rivolge agli uomini che vogliono sentirsi autorizzati a pensare allo stesso modo. Sta dicendo che è normale, legittimo, accettabile.

Ed è questo il pericolo più grande.

Il sottotesto è evidente, anche quando non viene pronunciato.

La donna, quando entra in politica, disturba.

Quando parla, invade.

Quando decide, sconvolge.

Quando guida, sovverte.

Quando supera un uomo, offende.

Per questa mentalità – che denuncio nella sua violenza – la donna deve stare altrove: lontana, silenziosa, ridotta. E quando non lo è, diventa un bersaglio da umiliare, da sessualizzare, da riportare “al suo posto”.

Il problema non è un singolo politico. Il problema è la struttura culturale che lo sostiene.

Vannacci è solo il sintomo di una retorica che da anni dipinge la donna “seria”, “composta”, “di casa”, “che non provoca”, “che non disturba”.

È la conferma che nella destra italiana esiste un pensiero radicato: la donna è affidabile solo quando è controllata. Solo quando è silenziosa. Solo quando è coperta. Solo quando è ridotta.

E quando non è controllabile, diventa un problema da zittire.

E qui arriva la parte che non si può più eludere:

questa mentalità non può entrare nelle Istituzioni. Non può diventare cultura politica. Non può essere tollerata da chi ha responsabilità pubbliche.

Una classe dirigente che parla così del corpo delle donne non è una classe dirigente: è un ostacolo. È un pericolo. È un residuo tossico di un passato che non deve tornare.

Questi uomini devono tornare a casa. In massa.

E alle prossime elezioni, chiunque abbia rispetto per sé stesso e per le donne dovrebbe rifiutare anche solo l’idea di votarli. Non è questione di opinioni: è questione di dignità. E la dignità non si negozia.

Le donne italiane non sono nate per essere misurate, valutate, classificate, sminuite o insultate.

Non sono nate per essere usate come pretesto da politici privi di argomenti.

Non sono nate per essere ridotte a oggetti da giudicare secondo il gradimento di soggetti inqualificabili.

Sono nate libere. E libere vogliono restare.