Il viaggio per la “Norimberga italiana”, attentato a Falcone: esempio sociale e processo immortale alla criminalità


Un viaggio diretto alla “Norimberga italiana”, spezzato nei fatti dagli efferati e mirati attacchi all’avamposto della integrità in lotta contro il male oscuro della mafia fino agli anni ’90, ma fulgido e ancora in corso nello spirito e nel valore di un sacrificio votato alla comunità.

di Gianluca Virgillito


 

La penna trema e vibrano all’unisono anche le corde del cuore di chi vive secondo gli esempi di Borsellino e Falcone, e per quest’ultimo ricorre oggi il 28esimo anniversario di morte, una morte arrivata a seguito di un attentato ordito in maniera perversa e brutale le cui immagini hanno viaggiato nel mondo e nella storia ad indicare uno spazio e un tempo indefinito in cui l’azione di questi uomini al servizio dei valori più autentici dello Stato riesce ancora a trasmettere a tutti noi un modello da seguire instancabilmente.

Non morì soltanto il magistrato Giovanni Falcone, su cui posava il mirino degli attentatori: morirono altre quattro persone, ovvero la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Il processo al malaffare per certi versi pare quasi che si sia fermato lì, alla cosiddetta Strage di Capaci (o Strage di Isola delle Femmine) e, successivamente all’attentato di via D’Amelio, il 19 luglio dello stesso anno, il 1992. Il grande obiettivo, col traguardo ad un passo, di uno sbarramento fatale per il potere forte della malavita, di una – appunto – Norimberga italiana, di un grande intervento giudiziario capace di spazzare via questi fenomeni criminosi, riceve un colpo bene assestato in quella occasione. Ma, visto che chi scrive – e va puntualizzato probabilmente con una nota evidenziata in rosso – ha vissuto questa vicenda soltanto nello studio e nel racconto della stessa non essendo ancora nato quando questi fatti si sono consumati, possiamo certamente rivalutare il concetto secondo cui il cammino “è stato spezzato”.

Il lascito di colonne come Borsellino e Falcone pertanto merita a sua volta un riconoscimento nei loro confronti: rendergli di aver effettivamente raggiunto Norimberga, e che tocca ai posteri difendere la garanzia che quel processo non si fermi mai e che possa continuare sulla scia di professionisti che sappiano maneggiare il diritto come fecero loro, mettendoci anche una grossa dose di coraggio e, forse di folle amore. Per tutti quelli… di buona volontà.

In realtà il principio più forte che resta anche oggi un tesoro della comunità intera è che quei drammi hanno in qualche maniera cristallizzato il valore di quei sacrifici, di quelle vite umane che si sono spente ma che hanno contestualmente acceso un fuoco, capace di infiammare anche chi è venuto dopo, trasportandolo verso la consapevolezza che bisogna combattere per ciò in cui si crede, che la macchina dello Stato non è perfetta, e che ciascuno dei componenti dello stesso ha un valore nel regolarne il funzionamento.

Vale l’intensità di un giorno vissuto all’insegna di una lotta contro ciò che non va secondo i canovacci della regolarità, piuttosto che una vita da fuggiaschi e attentatori. Li hanno uccisi senza accorgersi però che loro erano semi, i cui alberi, ieri, oggi e domani, non intendiamo e non dobbiamo dimenticarli mai.