Il potere non basta. All’Italia serve un governo


di Carmelo Finocchiaro

Un governo si giudica dalla distanza che riesce a colmare tra le promesse e la vita delle persone. Si giudica nelle corsie degli ospedali, nei bilanci delle famiglie, nelle difficoltà delle imprese, nei quartieri dove lo Stato deve garantire sicurezza e servizi. È su questo terreno che considero profondamente insufficiente e dannosa l’azione del governo Meloni.

La questione riguarda la direzione politica del Paese. Quale Italia si vuole costruire? Quali opportunità si stanno preparando per chi lavora, produce, studia e paga le imposte? Quale protezione si offre a chi si ammala o attraversa una difficoltà?

La mia critica è che la conservazione del potere abbia occupato lo spazio che dovrebbe appartenere a queste domande. La difesa della propria maggioranza, la ricerca di un avversario da indicare e la comunicazione permanente sembrano diventate il centro dell’azione politica. Intanto, le risposte vengono rinviate.

La sanità è il banco di prova più severo.

Per chi aspetta una diagnosi, il tempo ha un valore concreto. Può significare iniziare una cura, evitare un aggravamento, recuperare una possibilità. Per questo il confronto sui finanziamenti deve arrivare fino alla disponibilità di medici e infermieri, ai tempi degli esami, alla continuità dell’assistenza.

Un governo deve rispondere di ciò che un cittadino riesce effettivamente a ottenere dal servizio pubblico. E quando una famiglia è costretta a cercare denaro per una prestazione che non può più attendere, siamo davanti a una questione di uguaglianza. Il diritto alla salute perde sostanza se la rapidità delle cure dipende dalla capacità di pagare.

Lo stesso criterio deve valere per l’economia. Il sostegno alle imprese si misura nella possibilità di programmare un investimento, accedere al credito, assumere, affrontare gli adempimenti e ottenere quanto dovuto nei tempi previsti. Gli imprenditori hanno bisogno di regole comprensibili e stabili, di amministrazioni efficienti, di infrastrutture e di interlocutori affidabili.

Anche i contribuenti chiedono una relazione più giusta con lo Stato. Occorre distinguere chi evade da chi dichiara e poi incontra difficoltà a pagare. Recuperare il dovuto richiede strumenti efficaci, proporzionati e capaci di considerare la sostenibilità dei percorsi di rientro. Una politica fiscale seria deve tenere insieme legalità, responsabilità e continuità delle attività produttive.

Su sicurezza e ordine pubblico serve altrettanta chiarezza.

Nei quartieri esposti alla criminalità, la presenza dello Stato deve essere quotidiana. Servono indagini, controllo del territorio, protezione delle vittime e contrasto alle reti economiche delle organizzazioni criminali. Servono scuole aperte, trasporti affidabili e spazi nei quali i giovani possano costruire relazioni e opportunità.

Chi vive quelle realtà ha diritto a risultati. La paura dei cittadini impone una responsabilità enorme a chi governa: usarla come argomento di propaganda significa lasciare irrisolte le condizioni che la alimentano.

Ma c’è un confine democratico che deve rimanere fermo. La protesta sociale appartiene alla vita di un Paese libero. Studenti, lavoratori e cittadini devono poter contestare le scelte del governo, anche duramente, nel rispetto delle persone e delle regole. Eventuali violenze vanno accertate e perseguite attraverso responsabilità individuali, senza trasformarle in una colpa collettiva da attribuire a un movimento o a una categoria.

La forza di un governo si vede anche nella capacità di reggere la contestazione. Ascoltare una piazza, incontrare un sindacato, rispondere a uno studente richiede autorevolezza. Ridurre tutto a una sfida di ordine pubblico impoverisce la politica e allarga la distanza tra istituzioni e società.

È qui che vedo il rischio autoritario più serio: nell’abitudine a delegittimare chi dissente, a presentare le garanzie come ostacoli, a descrivere i contrappesi come impedimenti alla volontà di chi ha vinto le elezioni.

La vittoria elettorale conferisce il diritto di governare e il dovere di rispettare fino in fondo i limiti costituzionali del potere. Il Parlamento, la magistratura, la stampa, il sindacato e la partecipazione dei cittadini rendono possibile una democrazia nella quale nessuno possa considerarsi padrone dello Stato.

Quando parlo di una cultura politica che richiama il fascismo, mi riferisco precisamente all’insofferenza verso il pluralismo e all’idea che il dissenso rappresenti un’infedeltà alla nazione. È un giudizio grave, che richiede parole precise. L’antifascismo vive nella difesa concreta della libertà di tutti, compresa quella di chi ha idee diverse dalle nostre.

Questa critica impone una responsabilità anche alle opposizioni. La denuncia, da sola, non costruisce un’alternativa. Occorrono proposte credibili, persone competenti, disponibilità al confronto e una presenza costante nei territori. Occorre dimostrare come finanziare le priorità, come far funzionare i servizi e come verificare i risultati.

A Catania e in Sicilia questo impegno deve partire dai bisogni che conosciamo: accesso alle cure, lavoro, trasporti, legalità, periferie, sostegno alle attività produttive. Ogni proposta nazionale acquista credibilità quando sa tradursi in una risposta comprensibile per una comunità.

Il mio giudizio sul governo Meloni è netto. Considero sbagliate le sue priorità e pericolosa ogni tentazione di sostituire il confronto con la delegittimazione dell’avversario. Ma la risposta che dobbiamo costruire richiede la stessa nettezza sugli obiettivi: rafforzare la sanità pubblica, sostenere il lavoro e le imprese, rendere più equo il rapporto fiscale, garantire sicurezza e difendere le libertà costituzionali.

Chi esercita il potere deve accettare di essere giudicato su questi risultati. Le famiglie, i lavoratori e gli imprenditori hanno già abbastanza problemi da affrontare. Il compito di un governo è risolverli. E quando non ne è capace, il compito della politica è costruire un’alternativa all’altezza.