IL POETA DELLA MALA RUSSIA


Perseguitato in patria e adottato in America. Aveva fede nel potere politico della letteratura. Perché rileggere Brodskij

di Cettina Caliò

“Se i padroni di questo mondo avessero letto un po’di più, sarebbero un po’meno gravi il malgoverno e le sofferenze per milioni di persone” E’ sepolto nell’isola di San Michele, a Venezia, città che lui amava. Pare che vi abbia trascorso ogni Natale dal 1972 in poi Al discorso per il Nobel affermò: “E’meglio essere l’ultimo dei falliti in una democrazia che un martire o la crème de la crème in una tirannia” Fonda nel ’93 l’american Poetry and Literacy Project e distribuisce più di un milione di libri di poesie in scuole, hotel, stazioni, supermercati
Dove manca la libertà, la vita arranca e il futuro possibile stenta a esistere. “Talora in quel caos, nei giorni pazzi e bui, / sorge un suono, echeggia una parola”.
E’ ancora in corso, dallo scorso febbraio, l’invasione dell’ucraina da parte della Russia, “l’operazione militare speciale”, come l’ha definita il presidente Vladimir Putin. Tenendo conto del fatto che “noi siamo solo parti / di un grande insieme da cui si dipana un filo”, scriviamo di Iosif Brodskij, “sono ebreo, poeta russo e cittadino statunitense”. Sono tutti suoi i virgolettati.
Esule e perseguitato nel suo paese, Brodskij, “come il pesce sulla sabbia”, ha resistito, è sopravvissuto e ci ricorda il valore della letteratura quale maestra di umanità: “Eppure dobbiamo parlare; e non solo perché la letteratura, come i poveri, è notoriamente portata a prendersi cura dei propri figli, ma più ancora per via di un’antica e forse infondata convinzione, secondo la quale se i padroni di questo mondo avessero letto un po’ di più, sarebbero un po’ meno gravi il malgoverno e le sofferenze che spingono milioni di persone a mettersi in viaggio”.
Scrive poesie in russo e saggi in inglese, queste due lingue sono la sua patria, la madre e la madre adottiva. Per Brodskij il corpo è soltanto la corazza del linguaggio, e la poesia è per lui un aspetto della psiche riversato nel linguaggio. Ama il nostro paese e la poesia italiana. “Vi sono luoghi in cui la storia è inevitabile, come un incidente automobilistico – luoghi in cui la geografia provoca la storia”. In Italia è pubblicato da Adelphi e tradotto da Gilberto Forti, Matteo Campagnoli, Anna Raffetto, Serena Vitale e Giovanni Buttafava. Brodskij pianse per la morte di quest’ultimo, suo amico, e gli dedicò la poesia “Vertumno”. “Da te ho imparato molto, …/ In un certo qual senso / non c’è nessuno nel futuro; in un certo qual senso / nel futuro non c’è nessuno che per noi sia caro”. E’ una delle voci poetiche in lingua russa più importanti del ventesimo secolo. “Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove / onde grigie di zinco vengono a due a due”. Premio Nobel per la letteratura nel 1987, con la motivazione: “Per una produzione onnicomprensiva, intrisa di chiarezza di pensiero e intensità poetica”. In quella circostanza ebbe a dire: “è maledettamente lunga la strada per arrivare da Pietroburgo a Stoccolma”. Nato nel 1940, quando la Russia era Unione Sovietica. “Di qui tutte le rime, / di qui la voce pallida”. Il padre era ufficiale della Marina sovietica con la passione per la fotografia, la madre aveva lavorato come traduttrice e contabile. Poesia e fotografia colgono entrambe l’attimo e puntano all’infinito. “Lo sguardo lascia una scia sulle cose”, e le cose per Brodskij contengono una neutrale e persistente verità. La sua infanzia sta dentro la seconda guerra mondiale e l’assedio di Leningrado. E’ morto nel 1996 a New York. “Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera”. E’ sepolto nell’isola di San Michele, a Venezia, città che lui amava; a questa città è legato il testo del 1989 “Fondamenta degli incurabili”. Pare che a Venezia abbia trascorso ogni Natale dal 1972 in poi. “Il pizzo verticale delle facciate veneziane è il più bel disegno che il tempo-aliasacqua abbia lasciato sulla terraferma”. Nel suo discorso per il Nobel affermò: “E’ meglio essere l’ultimo dei falliti in una democrazia che un martire o la crème de la crème in una tirannia”. Non completa la sua formazione scolastica, ma trova il tempo di istruirsi. Ha fatto di tutto: ha lavorato in fabbrica, in un obitorio, è stato fuochista, guardiano di un faro, ha partecipato a spedizioni di geologi in Siberia. Progettò insieme a un amico, ex pilota di aviazione, di dirottare un aereo per fuggire all’estero. Fu arrestato dal Kgb perché pensava di consegnare a uno statunitense uno scritto antisovietico.
“Io, grumo borbottante / di parole”. Viene accusato di parassitismo sociale, un’accusa mossa di solito a dissidenti e intellettuali, individui considerati dannosi per la società. Il parassitismo è un’accusa che ha attraversato la storia, per i socialisti i parassiti erano i membri dei ceti alti, per i nazisti erano i “sub-umani”, che andavano eliminati. “E, dimmi, è copia / di quale vero?”. Nel 1964 un processo, dove lui si definì poeta-traduttore, stabilì che i suoi lavori occasionali e il ruolo di poeta non fossero un contributo sufficiente alla società. Il giudice gli chiese da dove gli venisse il titolo di poeta, “da Dio, penso”, rispose lui. Fu accusato anche di avere poco amore per la patria e di essere un “pigmeo ebreo con pantaloni di velluto a coste”. Viene trasferito in un ospedale psichiatrico e condannato a cinque anni di lavori forzati nel nord del paese, “dove il passato e l’avvenire / ci chiudono e ci soffocano”. Con la partecipazione di Anna Achmatova, viene condotta una campagna pubblica in difesa di quest’uomo colpevole di inutilità. In seguito, sotto la pressione dell’opinione pubblica in patria e all’estero, soprattutto dopo il discorso al governo sovietico di Jean Paul Sartre e di altri intellettuali, la durata della pena viene ridotta. Brodskij si ritiene fortunato, sa che altri hanno sofferto più di lui, “per tutto io sono grato, per un osso / di pollo come per lo stridio delle forbici”. Possedeva un raro senso di gratitudine verso la vita e verso chi ha fatto parte della sua vita, “la gratitudine degli occhi / e delle labbra per ciò che qualche volta / ci costringe a guardare lontano”. Viene espulso dal suo paese nel 1972, aveva trentadue anni. L’ovir, il dipartimento per i visti e gli stranieri dell’unione Sovietica, lo mette davanti a una scelta: emigrazione immediata oppure interrogatori quotidiani, carcerazioni e reclusioni in ospedali psichiatrici. Non rivedrà mai più i suoi genitori, ai quali sarà negato per dodici volte il diritto di vederlo, e a lui sarà negato il diritto di partecipare al loro funerale. “Coloro che mi hanno amato più / di se stessi non sono ormai tra i vivi”. Brodskij vive la dimensione dell’esilio portandosi dentro la sua città natale che considera la più bella del mondo. “Sulla pelle / ho sperimentato due oceani e due continenti, / mi sento quasi come il globo”. Non si sceglie la patria in cui nascere come non si scelgono i genitori, ma si amano entrambe le cose, e spesso si ama con dolore e nostalgia. “La solitudine insegna l’essenza delle cose, poiché anche quella / essenza è solitudine”. Si stabilisce nel Michigan, “nella parte settentrionale del mondo ho trovato un rifugio”, e insegna all’università letteratura russa e teoria del verso. Terrà lezioni per ventiquattro anni in diverse università americane. Nel 1980 ottiene la cittadinanza statunitense, e si trasferisce nel Massachusetts.
In patria, il comportamento dei detrattori di Brodskij (accadde lo stesso a Boris Pasternak) si rifaceva a quel triste e sempre attuale adagio: non lo conosco, non l’ho letto ma lo disapprovo. Atteggiamento che contiene un universo di amarezza e tragicità. Mentre da un punto di vista strettamente letterario, è stato detto tutto e il contrario di tutto su questo poeta: i cristiani lo accusavano di talmudismo, gli ebrei di occidentalismo. I classicisti lo accusavano di avanguardismo, e gli avanguardisti di classicismo. Tra le critiche più note e pesanti c’è quella di Aleksandr Solzenicyn che, su una rivista russa, gli contestava soprattutto la sua Weltanschauung, concetto ampio che letteralmente, e in modo riduttivo, si può definire come visione del mondo.
“Se il sentimento di equità è restio / quello che ama di più voglio essere io”. Soffre di cuore e per lui questo problema di salute si fa metafora dell’incombere della morte, monito costante della brevità della vita. Pare che la formula cibo, alcol e fumo, sarà fatale a quel cuore. “Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto”. Sposa Maria Sozzani, un’aristocratica italiana di origine russa, dalla quale ebbe una figlia, che il poeta chiamò Anna per onorare la sua amicizia con Anna Achmatova, che, insieme ad altri poeti e amici, Brodskij definiva “famiglia mentale”. Il suo primo e intenso amore fu Marina Basmanova (anche da lei ebbe un figlio, Andrej, nel 1968). Figlia di artisti sovietici, appassionata di pittura e illustratrice, donna dal fascino rinascimentale. La Achmatova la definì “sottile e intelligente. Bella, senza un filo di trucco, solo acqua fredda”. La Basmanova fu la musa di molte poesie d’amore del poeta, “io ero soltanto ciò / che tu sfioravi col palmo della mano, / su cui nella sorda, scura / notte chinavi la fronte”.
Brodskij ha contribuito alla traduzione di autori stranieri in lingua russa, tra i quali Umberto Saba, Salvatore Quasimodo, John Donne, aveva un libro di quest’ultimo in tasca quando lasciò la Russia. Fu Wystan Hugh Auden la prima persona che Brodskij contattò arrivando in Europa, a Vienna, considerava il poeta inglese l’orazio del ventesimo secolo. “Batte la parola… / facendo più lieve il cuore”.
Poco prima di morire, Brodskij concepisce l’idea di fondare un’accademia russa a Roma, “sono stato a Roma. Inondato di luce”, dove potessero studiare artisti, letterati e intellettuali provenienti dalla Russia, e nel 1995 si rivolge all’amministrazione romana che realizzerà la proposta post mortem, nel 2000, con i fondi della borsa di studio istituita in sua memoria. Sempre in quell’anno, gli viene conferita la cittadinanza onoraria di San Pietroburgo. Solo con la Perestrojka finisce, in patria, il silenzio che oscurava le opere del poeta, che fino ad allora erano circolate clandestinamente, erano “samizdat”, edizioni autoprodotte non tollerate dal regime. “Se scopo esiste mai, / non siamo noi”.
Si è impegnato per la diffusione della poesia e della letteratura in generale, fondando, insieme ad Andrew Carroll, nel 1993, l’american Poetry and Literacy Project, e proprio in quell’anno più di un milione di libri di poesie furono distribuiti in scuole, hotel, stazioni e supermercati su iniziativa di Brodskij. “Nel quotidiano strepito… / sei la barriera lieve / fra il Nulla e me”. La circolazione della poesia è la circolazione della conoscenza dell’animo, perché i poeti si leggono per capire il proprio cuore e quello degli altri, ci ha insegnato Antonia Pozzi. Poesia è acquisizione di strumenti del pensiero, “librati, impossèssati del cielo con le ali del silenzio”. Il poeta è uno strumento della lingua, che ci consente di dare voce al nostro pensiero, e la lingua è luogo e identità, è eredità culturale. Il poeta è pertanto una figura essenziale, specie quando la lingua viene impoverita e svilita e con essa noi pure. La lingua e la letteratura possono costruire il domani, sosteneva Brodskij, “metti in serbo per le stagioni fredde / queste parole, per le stagioni dell’ansia!”.
“L’esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo”. Lì dove manca la libertà, la poesia, la letteratura in generale, non è tollerata, forse perché in fondo c’è l’oscura consapevolezza della forza della poesia, della sua onda d’urto nelle coscienze, della sua capacità di restare, “tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo…/ tutto resterà sempre con me”. La poesia lascia solchi come l’aratro quando rivolta la terra. “Il vero pericolo per uno scrittore non è tanto la possibilità (e non di rado la realtà) di una persecuzione da parte dello Stato, quanto la possibilità di farsi ipnotizzare dalla fisionomia dello Stato, una fisionomia che può essere mostruosa o può cambiare verso il meglio ma è sempre provvisoria”, così disse il poeta a Stoccolma. La poesia è sempre un percorso, “poeta è qualcuno per cui ogni parola non è la fine ma l’inizio di un pensiero”. Brodskij si guarda intorno stupito e consapevole, e come Sant’agostino è in cerca della verità, tenta di rintracciarla nei luoghi, nelle cose, nel tempo, che è “una postfazione di ogni cosa del mondo”, nel destino. “Restano delle grandi cose parole già dette, / liberi profili d’alberi, qualche tenace data”. La sua poesia è una testimonianza esistenziale e culturale. “Rifletto sulla somiglianza dei nostri guai”. Si tratta sempre di resistere a tutte le facce dell’asfissia. I suoi versi, che somigliano a una stanza illuminata dalla luce soffusa di una lampada, “l’uomo riflette sulla propria vita, / come la notte sulla lampada”, sembrano scolpiti sulla pietra. Come “forma addensata del Tempo”, così ricorre l’acqua nel suo dire, “e guarda come il sole tramonta sopra parchi e ville, / e come l’acqua, maestra d’eloquenza, / scorre da fessure rugginose”.
“I poeti ritornano sempre, in carne o sulla carta. Voglio credere che ambedue siano possibili”.
E’ sempre difficile tentare di definire qualcuno, “di ciascun uomo non resta che una parte del discorso”, Iosif Brodskij sapeva che nella morte siamo tutti uguali e che la differenza bisogna farla nella vita. “Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio”.

Fonte: Il Foglio