Il concorsone siciliano, un paradosso italiano


In Sicilia, a pochi giorni dalla scadenza dei termini per la presentazione delle domande per i concorsi pubblici indetti dalla Regione Siciliana per 1170 posti sono pervenute ben 146.742 istanze. Il caso siciliano mette in scena la caccia al posto nella pubblica amministrazione come rifugio sicuro italiano. “Il posto fisso è sacro”!

di Pietro Cracò

“Il posto fisso è sacro!” La celebre frase del film “Quo vado” di Checco Zalone rappresenta il mood italiano, oggi, più che mai.

In Sicilia, a pochi giorni dalla scadenza dei termini per la presentazione delle domande per i concorsi pubblici indetti dalla Regione Siciliana per 1170 posti sono pervenute ben 146.742 istanze.

Scontato o immaginabile che fosse, l’esempio siciliano inscena la caccia al posto nella pubblica amministrazione come rifugio sicuro italiano. Una necessità e una speranza per tutti, giovani e non, per un futuro, soprattutto in tempi di pandemia, senza rischi d’impresa e con la certezza del posto fisso.

Nel frattempo, l’Italia imprenditoriale, motore nazionale, arranca e sfida la crisi con il nuovo fardello del caro bollette. In attesa di sostegni e di raccogliere i fondi europei per lanciare l’Italia in un new deal post pandemia, le motivazioni di investire e creare impresa sono ridotte ad una fiammella residua di coraggio e fiducia.

In un’Italia rassegnata “fare impresa è un’impresa” e mi chiedo come potrà il settore pubblico assorbire tutti e sostenere tutto? Così nell’attesa di assumere nuovi dipendenti pubblici come nei centri per l’impiego siciliani, ci chiediamo in quale mercato del lavoro dovrebbero operare?

Il paradosso in salsa sicula vuole che circa 1000 posizioni sono dedicate al rafforzamento dell’organico dell’amministrazione regionale proprio con nuovo personale soprattutto addetto alle politiche attive del lavoro. Sulla scia del fallimento del “progetto navigator”, con redditi di cittadinanza elargiti a go go, tanti giovani erano stati assunti a termine per assistere e aiutare i beneficiari nel match del mercato tra la domanda e l’offerta di lavoro. Una bolla grillina scoppiata al minimo tocco di una realtà non adeguatamente informatizzata, strutturata e collegata. Risultato: un fiume di denaro pubblico stimato in circa 20 miliardi di euro finiti nel circuito dell’assistenza economica fine a sé stessa. Non ci si azzardi a pensare che siamo contrari tout court all’assistenza ai bisognosi e alle categorie fragili della popolazione, anzi… ma ci vuole una visione economica e progettuale che superi il semplice assistenzialismo. Non vi è nulla di più statalista e dignitoso di un processo virtuoso che prima assiste e poi guida il cittadino verso il collocamento nel mondo del lavoro.

Con l’augurio che tanti giovani costruiscano il loro futuro sognando non solo il posto fisso, speriamo che i centri per l’impiego diventino fucina di lavoro in una rivisitazione della loro mission ed organizzazione partendo dalla formazione professionale, specializzata ed integrata con le richieste ed esigenze del mondo imprenditoriale.

Non vi può essere nuovo lavoro senza la giusta formazione!