Bruxelles, consiglio di guerra? Non rassegnarsi alle armi


Gianni Borsa

C’è un rischio: impossibile non vederlo. Il summit dei capi di Stato e di governo Ue, convocato per il 21 e 22 marzo, ieri e oggi, a Bruxelles, rischia di trasformarsi in un “consiglio di guerra”.
L’aggressione russa all’Ucraina sta segnando, da oltre due anni, la storia continentale, che si era abituata alla pace. Il risultato delle “elezioni” (le virgolette sono d’obbligo) in Russia rafforza il minaccioso autocrate Putin, il quale ormai si occupa solo di guerra.

Sul campo avverso c’è l’aggredita Ucraina, con un leader – Zelensky – cui non resta che invocare aiuti militari nella disperata impresa di salvare il proprio Paese dalla distruzione totale.

Il terzo co-protagonista è l’Unione europea, schierata al fianco di Kiev con soldi e armamenti: ma anche qui il peso del conflitto comincia a segnare “diserzioni” (Ungheria), passi indietro e divisioni (diventare cobelligeranti? Inviare truppe di terra? Entrare in campo assieme alla Nato?).

Una cosa è certa: diversi leader europei (Macron, Tusk…) e qualche responsabile di istituzioni Ue hanno imboccato la strada del conflitto aperto, con una parola d’ordine:

sostenere militarmente l’Ucraina, sconfiggere la Russia.

Atteggiamento comprensibile secondo il diritto internazionale: purché non si rinunci, al contempo, a tenere testardamente aperta la strada della mediazione, della soluzione politica e diplomatica. In questo senso un peccato di omissione non sarebbe giustificabile, perché nel frattempo le armi uccidono e distruggono.
Tornando al Consiglio europeo di primavera, l’ordine del giorno parla chiaro: “I leader dell’Ue discuteranno del proseguimento del sostegno all’Ucraina e alla sua popolazione in risposta all’aggressione militare della Russia. L’Ue continuerà a fornire un sostegno politico, finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico per tutto il tempo necessario”. Finora l’Unione europea e i suoi Stati membri hanno fornito all’Ucraina oltre 138 miliardi di euro: e tante, tante armi e munizioni. Ora si parla di missili.
Sempre nell’agenda dei leader figura al secondo punto il tema della difesa:

se Putin attacca, occorre difendersi, è il ragionamento.

Così i Ventisette discuteranno della “necessità per l’Europa di aumentare la sua prontezza in materia di difesa”, di come “rendere l’industria della difesa più resiliente e competitiva” e di un “programma europeo di investimenti nel settore della difesa”. La quale dovrà essere appunto “competitiva” nel produrre armi per i propri eserciti (e continuare a commerciare aerei, carri armati, bombe, fucili con numerosi Paesi del mondo). Gli arsenali vanno riempiti per essere poi svuotati.
Scioccanti le parole utilizzate da Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, nella lettera di invito spedita ai 27 capi di Stato e di governo Ue in vista del vertice: “Questo è il momento di un vero cambiamento di paradigma in relazione alla nostra sicurezza e difesa. Per decenni l’Europa non ha investito abbastanza nella sua sicurezza e difesa. Ora che ci troviamo di fronte alla più grande minaccia alla sicurezza dalla seconda guerra mondiale, è giunto il momento di adottare misure radicali e concrete per essere pronti a difenderci e mettere l’economia dell’Ue sul ‘piede di guerra’”.
I venti di guerra – in Ucraina, così pure in Medio Oriente e in altre aree del pianeta – segnano profondamente il cammino dell’Unione, e dell’umanità. Con un timore sottaciuto: un’escalation regionale dei conflitti. Con esiti imprevedibili.
Risuonano, come un monito, le parole espresse il 18 marzo dal cardinal Matteo Zuppi al Consiglio permanente della Cei: “Non possiamo rassegnarci a un aumento incontrollato delle armi, né tanto meno alla guerra come via per la pace”.

Fonte: Santalessandro.org