Alika, corteo in ginocchio col pugno alzato: “Tutti abbiamo diritto di essere vivi”


La moglie Charity Oriakhi e tutti i parenti con una t-shirt nera e la scritta “Justice for Alika”, la comunità nigeriana in maglietta verde o bianche con l’immagine del connazionale ucciso lo scorso venerdì e in inglese la frase “Tutti abbiamo diritto di essere vivi”, la stessa impressa su uno striscione con i colori della bandiera della Nigeria: le due bande verdi (a rappresentare le foreste) e quella centrale bianca (a simboleggiare la pace). Tanta gente comune in corteo, un centinaio venuti anche da fuori le Marche, in ritardo per via del traffico da bollino nero. Tra i circa 500 che hanno sfilato verso Piazza XX Settembre, qualcuno di meno secondo la questura, c’erano anche il sindaco di Civitanova Marche, Fabrizio Ciarapica, e i parlamentari dem Matteo Orfini e Fabrizio Verducci

“Ama il prossimo tuo come te stesso”, “Le vite nere contano” c’era scritto su alcuni dei cartelli esposti dai manifestanti. Nessuna bandiera di parte, ma solo quelle della Nigeria e l’arcobaleno della pace, proprio come avevano chiesto gli organizzatori, convinti che fosse l’unico modo per onorare la memoria di di Alika Ogorchuckwu. “Voglio giustizia per mio marito Alika: era una persona buona e tranquilla con tutti, giocava e salutava tutti”. Lo dice da giorni Charity, la moglie di Alika. Lo hanno ripetuto i cori durante il corteo: “Cosa vogliamo? Giustizia. Per chi? Alika”. E parla di pace il sindaco Ciarapica: “Civitanova non è una città razzista e tantomeno indifferente o insensibile. Il gesto di una persona non può essere accomunato alla nostra comunità che è sempre stata accogliente, ospitale e aperta, ha sempre lavorato per la pacifica convivenza ed è rimasta attonita dopo questo fatto terribile”. In piazza XX Settembre si sono ritrovati tutti per i discorsi ufficiali. Charity, i due fratelli di Alika, i rappresentanti della comunità nigeriana e un unico filo conduttore: la morte di Alika “non c’entra con il razzismo, ma si è trattato di un fatto di una violenza disumana”.

“Anche Pamela è stata uccisa…”. L’obiezione, che faceva riferimento alla 18enne uccisa e fatta a pezzi dal 33enne nigeriano Innocent Oseghale a Macerata nel 2018, ha innescato una discussione durante il corteo per l’omicidio dell’ambulante nigeriano Alika Ogorchuckwu, tra chi l’ha formulata e due sorelle originarie del Congo, residenti a Chiaravalle (Ancona), che hanno partecipato alla manifestazione di solidarietà. Una delle due, Luce, ha preso la parola dal palco in piazza XX Settembre, punto di arrivo del corteo. “Arrivo dalla Repubblica democratica Congo per portare vicinanza a famiglia e ai nigeriani, – ha detto – siamo tutti uguali, vogliamo portare una lezione di umanità. Colore della pelle non ha importanza. Un signore ci ha ricordato l’uccisione Pamela. E allora noi ricordiamo l’uomo ucciso a Fermo ( facendo riferimento a Emmanuel Chidi Namdi, 36enne nigeriano di 36 anni ucciso nel luglio del 2016 dopo un’aggressione subita a Fermo da un locale ultra di calcio). Cosa c’entra Pamela? – ha chiesto Luce – Noi condanniamo anche quello. Purtroppo il razzismo esiste. Io lo subisco tutti i giorni”. La sorella Henriette ha precisato: “Ogni volta che postiamo qualcosa sui social siamo attaccati. Non posso piangere Alika? Che c’entra Pamela? Dobbiamo lavorare insieme per costruire una comunità diversa”. Intanto un secondo corteo, partito con un’ora di ritardo,formato da circa 150 persone in arrivo anche in pullman da Milano, Bologna e Rimini, è arrivato in centro a Civitanova Marche con il coordinamento antirazzista nazionale. Davanti al serpentone, preceduto da un camioncino con altoparlanti, uno striscione che recita : “toccano uno, toccano tutti. Giustiziaper Alika, stop racism”. Il Coordinamento ha espresso il suo “più sincero cordoglio e vicinanza alla famiglia” accogliendo l’appello delle comunità nigeriane alla mobilitazione.

Fonte: rainews