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America First senza tregua: Trump trasforma commercio, energia e finanza in armi geopolitiche

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Dazi, dollaro, petrolio, Iran, Venezuela e scontro con la Cina: Washington alza continuamente la posta. Alla vigilia delle elezioni di midterm e dell’incontro con Xi Jinping, la geoeconomia diventa il vero campo di battaglia. E l’Europa rischia ancora una volta di arrivare in ritardo.

6 settembre 2026 – SPECIALE GEOECONOMIA

Non servono carri armati per cambiare gli equilibri mondiali. Nel 2026 bastano dazi, sanzioni, petrolio, valute, terre rare, semiconduttori e titoli di Stato.

È dentro questa nuova geografia del potere che deve essere letta l’offensiva economica dell’amministrazione di Donald Trump.

Il quadro delineato dall’ultimo Global Watch dell’ISPI mostra un’estate nella quale Washington non ha sostanzialmente mai abbassato il livello dello scontro economico internazionale.

Anzi.

Da luglio a settembre si sono sovrapposti nuovi dazi, pressioni sul Canada, interventi valutari, sanzioni contro Teheran, accordi energetici con il Venezuela e nuove tensioni con Pechino.

Non sembrano episodi separati.

Sono tasselli della stessa strategia.

L’America First diventa geoeconomia

La formula America First non riguarda più soltanto la protezione dell’industria americana.

Sta diventando una dottrina attraverso la quale gli Stati Uniti utilizzano contemporaneamente il proprio peso commerciale, finanziario, monetario, tecnologico ed energetico.

Il principio è relativamente semplice:

l’accesso al mercato americano non è soltanto un’opportunità economica. È una leva politica.

Lo stesso vale per il dollaro, per il sistema finanziario, per le sanzioni e per la capacità degli Stati Uniti di influenzare le catene globali di approvvigionamento.

La politica commerciale diventa quindi politica estera.

L’arma dei dazi

L’entrata in vigore a luglio di nuovi dazi collegati alla Section 301 conferma quanto lo strumento tariffario sia ormai strutturale nella politica americana.

Trump considera il deficit commerciale non semplicemente una conseguenza degli scambi internazionali, ma il segnale di un rapporto economico squilibrato.

Da qui nasce la strategia:

produrre di più negli Stati Uniti, importare meno e costringere partner e concorrenti a negoziare da una posizione di pressione.

La tensione commerciale con il Canada durante agosto dimostra però che l’approccio non riguarda soltanto gli avversari strategici.

Anche gli alleati possono diventare obiettivi quando Washington ritiene che gli interessi economici americani siano minacciati.

Yen e dollaro: anche le valute diventano politica

Particolarmente significativo è stato l’intervento congiunto delle autorità americane e giapponesi sul mercato valutario per sostenere lo yen.

È un episodio da osservare attentamente.

Per decenni le grandi economie occidentali hanno cercato almeno formalmente di separare la politica monetaria dalla competizione commerciale.

Quella distinzione diventa oggi sempre più fragile.

Quando il valore di una valuta influenza direttamente esportazioni, competitività industriale e costo delle importazioni, anche il cambio diventa uno strumento geopolitico.

Il petrolio torna al centro della strategia americana

Un’altra partita fondamentale riguarda l’energia.

Da una parte Washington aumenta la pressione sull’Iran.

Dall’altra arriva il maxi-accordo petrolifero con il governo ad interim del Venezuela.

A prima vista potrebbe sembrare una contraddizione.

In realtà le due mosse possono essere lette dentro la stessa logica: ridisegnare gli equilibri dell’offerta energetica mondiale mantenendo il maggior controllo politico possibile sulle fonti di approvvigionamento.

Il petrolio resta una delle grandi valute del potere internazionale.

Chi influenza produzione, trasporto e commercializzazione dell’energia possiede una leva sull’inflazione, sull’industria e sulla stabilità politica di interi Paesi.

Iran: quando geoeconomia e guerra si incontrano

L’escalation con Teheran rende questa strategia ancora più rischiosa.

Il problema non riguarda soltanto Iran e Stati Uniti.

Riguarda lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota rilevantissima dell’energia mondiale.

Un’interruzione significativa dei traffici potrebbe provocare una catena immediata:

petrolio più caro → carburanti più cari → trasporti più costosi → produzione più cara → nuova pressione sull’inflazione.

Per l’Europa, fortemente dipendente dall’estero sul piano energetico, sarebbe un problema enorme.

E per l’Italia ancora di più.

La vera sfida resta la Cina

Dietro quasi tutte queste mosse continua però a esserci Pechino.

Le tensioni emerse al G20 sono soltanto un altro capitolo della competizione tra le due maggiori potenze economiche mondiali.

Il prossimo passaggio cruciale dovrebbe essere l’incontro tra Trump e , indicato per il 24 settembre.

Non sarà semplicemente un vertice diplomatico.

Sul tavolo ci sono commercio, tecnologia, semiconduttori, intelligenza artificiale, terre rare, energia, sicurezza e influenza sull’Indo-Pacifico.

Stati Uniti e Cina stanno combattendo soprattutto per una cosa:

stabilire chi controllerà le infrastrutture economiche del XXI secolo.

Ma Trump deve guardare anche all’America

La strategia aggressiva della Casa Bianca incontra però un limite interno.

Le elezioni di midterm di novembre si avvicinano.

E gli americani voteranno guardando anche al proprio portafoglio.

Inflazione, occupazione, costo dei beni importati, mutui e andamento dei mercati possono diventare molto più importanti delle grandi strategie geopolitiche.

C’è poi il problema dei Treasury.

Segnali di tensione sul mercato dei titoli pubblici americani meritano attenzione perché il debito degli Stati Uniti rappresenta uno dei pilastri dell’intero sistema finanziario mondiale.

Se gli investitori chiedono rendimenti più elevati per finanziare Washington, il costo del debito americano aumenta.

E ciò può avere ripercussioni sui tassi e sui mercati di tutto il mondo.

E l’Europa?

È qui che emerge la questione più importante per noi.

Mentre Stati Uniti e Cina ragionano in termini di potenza, l’Europa continua spesso a ragionare soprattutto in termini di regolazione.

Le regole sono necessarie.

Ma non bastano.

Servono materie prime.

Servono miniere e capacità di raffinazione.

Servono energia competitiva.

Servono semiconduttori.

Servono infrastrutture digitali.

Servono satelliti.

Servono capitali.

Serve industria.

La nuova competizione mondiale si svolge contemporaneamente nel sottosuolo, sulla superficie terrestre e nello spazio.

Nel sottosuolo ci sono litio, rame, cobalto, nickel e terre rare.

Sulla superficie ci sono porti, fabbriche, reti elettriche, data center e corridoi logistici.

Nello spazio ci sono satelliti, comunicazioni, osservazione terrestre e infrastrutture strategiche.

Su tutti e tre questi livelli l’Europa deve recuperare terreno.

Il rischio per le imprese italiane

Per le aziende italiane questa trasformazione non è teoria geopolitica.

È già economia quotidiana.

Una PMI può trovarsi contemporaneamente esposta al prezzo dell’energia, al cambio euro-dollaro, ai dazi americani, al costo delle materie prime cinesi e alla difficoltà di ottenere credito.

Le imprese esportatrici sono particolarmente vulnerabili.

Meccanica, moda, agroalimentare, componentistica, arredamento, farmaceutica e manifattura specializzata vivono dentro catene produttive internazionali che possono essere modificate improvvisamente da una decisione politica presa a Washington o Pechino.

Per questo l’Italia dovrebbe dotarsi di una vera politica di sicurezza economica per le PMI.

Non soltanto incentivi.

Servono intelligence economica, diversificazione dei mercati, assicurazione del credito, strumenti contro gli shock energetici e sostegno alla riorganizzazione delle catene di fornitura.

Il nuovo mondo non aspetta Bruxelles

L’estate del 2026 sta rendendo evidente una trasformazione che era già cominciata da anni.

La globalizzazione non è finita.

È diventata politica.

Merci, capitali e tecnologie continuano ad attraversare il pianeta, ma sempre più spesso lo fanno seguendo confini stabiliti dalla sicurezza nazionale.

Trump lo ha compreso e utilizza aggressivamente gli strumenti di cui dispone.

Xi Jinping fa altrettanto.

L’Europa deve decidere cosa vuole fare.

Perché nel nuovo ordine geoeconomico non basta essere il mercato più ricco e regolamentato del mondo.

Bisogna anche essere capaci di difendere la propria industria, assicurarsi le risorse strategiche e trasformare la propria forza economica in capacità politica.

Altrimenti saranno altri a decidere prezzi, tecnologie, rotte commerciali e regole.

E noi continueremo a rincorrere.

QdC – SPECIALE GEOECONOMIA

America First, China First. E l’Europa?

La domanda che il 2026 sta ponendo a Bruxelles è ormai inevitabile:

quando arriverà finalmente un “Europe First” capace di difendere imprese, lavoro e autonomia strategica europea senza trasformarsi in nuovo protezionismo?