Di Gilberto Di Benedetto, Psicologo e Psicoterapeuta
Santo Padre,
Le scriviamo mossi da una convinzione semplice: la Chiesa possiede ancora una parola che il mondo attende, forse senza saperlo.
Il Signore ha voluto che il Suo pontificato si aprisse negli anni del Giubileo della Speranza. Nella Sacra Scrittura il Giubileo non rappresenta soltanto una celebrazione religiosa: è il tempo nel quale la libertà viene restituita, i debiti rimessi, le disuguaglianze corrette e la dignità della persona ricollocata al centro della vita del popolo di Dio. È il momento in cui la misericordia diventa anche giustizia.
Oggi viviamo in un tempo nel quale quasi tutto ha un prezzo e sempre meno cose hanno un valore. Il denaro è diventato il linguaggio universale dell’economia, ma ha smesso di essere il servo dell’uomo per diventarne il padrone. Intere generazioni nascono già debitrici; famiglie, imprese e perfino gli Stati sembrano vivere in una condizione di dipendenza permanente. Il debito non è più uno strumento: è diventato un destino.
Eppure il Vangelo continua a insegnarci a pregare:
«Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori.»
Quella parola non appartiene al passato. È una parola profetica. Forse oggi più di ieri.
Padre Ernesto Santucci S.J., pochi anni fa, rivolse a Papa Francesco un accorato appello affinché la Chiesa tornasse a proclamare il significato autentico del Giubileo come liberazione dell’uomo dalle schiavitù economiche che egli stesso costruisce. Quel grido non si è spento. Oggi risuona con ancora maggiore forza.
Lei, Santo Padre, figlio spirituale di sant’Agostino, conosce bene quella inquietudine del cuore umano che il Vescovo d’Ippona ha consegnato alla storia: «Ci hai fatti per Te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te.»
Forse oggi non è inquieto soltanto il cuore dell’uomo. È inquieta anche l’economia. Corre senza sosta, produce ricchezza immensa e insieme nuove povertà, moltiplica gli strumenti ma fatica a costruire fraternità.
Sant’Agostino insegna che una società è giusta soltanto quando l’ordine dell’amore (ordo amoris) rimane integro. Quando ciò che vale di più viene anteposto a ciò che vale di meno. Se il denaro prende il posto della persona, se il profitto prevale sul bene comune, se il mercato pretende di definire perfino il valore della vita, allora quell’ordine viene capovolto e nasce una nuova forma di idolatria.
Per questo il problema non è la moneta. Il problema è il significato che attribuiamo alla moneta.
Per secoli la Chiesa ha saputo costruire ospedali, università, monasteri, biblioteche, opere d’arte, istituzioni di carità e reti di solidarietà che ancora oggi costituiscono una parte essenziale del patrimonio dell’umanità. Essa ha generato un capitale che nessun bilancio riesce a misurare: il capitale della fiducia, della cultura, della misericordia e della speranza.
Da questa riflessione nasce una proposta che desideriamo affidare al Suo discernimento.
La chiamiamo MARIA.
Non è semplicemente il progetto di una nuova moneta. È un segno. Una provocazione culturale. Una domanda rivolta alla coscienza del nostro tempo.
Può esistere una moneta che rappresenti una civiltà prima ancora che un mercato? Una moneta che ricordi che la ricchezza più grande non nasce dal debito, ma dalla fiducia reciproca, dalla cultura, dalla responsabilità verso il prossimo e dalla memoria condivisa?
Abbiamo scelto il nome di Maria non soltanto perché è la Madre della Chiesa, ma anche perché Maryam occupa un posto di profondo rispetto nella tradizione islamica. In un mondo attraversato da guerre e incomprensioni, Maria continua ad essere uno dei rarissimi nomi capaci di unire popoli e religioni diverse. Sarebbe il simbolo di un patrimonio spirituale universale, non di una contrapposizione.
La MARIA non pretende di sostituire le monete esistenti né di fondare una nuova istituzione finanziaria. Essa desidera ricordare un principio che la Dottrina sociale della Chiesa ha sempre insegnato: l’economia è al servizio della persona e del bene comune, mai il contrario.
Per questo Le chiediamo qualcosa che va ben oltre la moneta.
Le chiediamo di promuovere una grande riflessione internazionale sul rapporto tra denaro, dignità umana e civiltà nell’epoca delle valute digitali, dell’intelligenza artificiale e della finanza globale. Di convocare economisti, filosofi, teologi, giuristi, scienziati e rappresentanti delle grandi religioni affinché la Chiesa torni a porre la domanda che nessun algoritmo può risolvere:
Chi decide oggi che cosa vale davvero?
Se il valore viene determinato esclusivamente dal mercato, allora tutto diventa merce.
Se invece il valore nasce anche dalla dignità della persona, dalla cultura, dalla memoria, dalla pace e dalla solidarietà, allora anche la moneta deve tornare ad essere strumento della civiltà e non il suo padrone.
Forse la MARIA non verrà mai coniata.
Ma se riuscisse a riaprire questa domanda, avrebbe già assolto il proprio compito.
Santo Padre, il mondo non attende soltanto nuove tecnologie o nuove regole economiche.
Attende una visione. Attende una speranza. Attende una voce capace di ricordare che il denaro deve tornare a servire l’uomo e non pretendere di sostituirlo.
Forse proprio il Giubileo ci offre il momento provvidenziale per restituire pieno significato a quella preghiera che Gesù ha affidato all’intera umanità:
«Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori.»
Con filiale devozione affidiamo questa riflessione al Suo discernimento pastorale, certi che lo Spirito Santo continua a suscitare nella Chiesa il coraggio di indicare vie nuove quando il mondo sembra aver smarrito l’orizzonte.
Con profondo rispetto e nella preghiera.