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La vergognosa scelta della pena di morte per i palestinesi in Israele

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La pena di morte è sempre una sconfitta dello Stato di diritto. Lo è ovunque venga applicata, ma lo è ancora di più quando diventa uno strumento selettivo, evocato o utilizzato in un contesto di conflitto, tensione e profonda disuguaglianza.

In Israele si riapre ciclicamente il dibattito sull’estensione della pena capitale nei confronti dei palestinesi accusati di terrorismo. Ora e’ una scelta votata in parlamento dagli estremisti che governano. Una scelta che, oltre a essere moralmente discutibile, rischia di rappresentare un punto di non ritorno sul piano giuridico e politico.

La giustizia non può trasformarsi in vendetta. Non può essere piegata alla paura, né utilizzata come messaggio politico. La pena di morte non rafforza la sicurezza: la illude. Non porta giustizia alle vittime: alimenta altra violenza, irrigidisce le posizioni, allontana ogni prospettiva di dialogo.

In un contesto già segnato da sofferenze indicibili, da lutti e da una spirale di odio che sembra infinita, scegliere la via estrema della condanna a morte significa rinunciare definitivamente alla possibilità di costruire un terreno comune di diritto e umanità.

C’è poi un tema fondamentale di equità. Una pena che rischia di essere applicata in modo discriminatorio, in un sistema dove le condizioni di partenza, le tutele legali e il contesto politico non sono uguali per tutti, mina alla base il principio stesso di giustizia.

Le democrazie si misurano nei momenti più difficili. È quando la paura cresce e la pressione dell’opinione pubblica aumenta che si deve avere il coraggio di restare fedeli ai propri valori. Abolire, non introdurre, la pena di morte è il segno distintivo delle società che credono davvero nei diritti umani.

Essere amici di Israele significa anche chiedere coerenza con questi principi. Significa dire con chiarezza che la sicurezza non può passare per la soppressione della vita, che la forza dello Stato si misura nella sua capacità di garantire giustizia, non di infliggere morte.

L’Europa, l’Italia, la comunità internazionale devono farsi sentire. Non con ambiguità, ma con fermezza: la pena di morte non è mai la risposta.

Perché non esiste pace possibile dove la vita umana diventa negoziabile.